Transcription of VI,11it
[11] διδακτὴν ἀπεδείκνυε τὴν ἀρετήν. καὶ τοὺς αὐτοὺς εὐγενεῖς οὓς καὶ ἐναρέτους˙ αὐτάρκη δὲ τὴν ἀρετὴν πρὸς εὐδαιμονίαν, μηδενὸς προσδεομένην ὅτι μὴ Σωκρατικῆς ἰσχύος. τήν τ' ἀρετὴν τῶν ἔργων εἶναι, μήτε λόγων πλείστων δεομένην μήτε μαθημάτων. αὐτάρκη τ' εἶναι τὸν σοφόν˙ πάντα γὰρ αὐτοῦ εἶναι τὰ τῶν ἄλλων. τήν τ' ἀδοξίαν ἀγαθὸν κατ' ἴσον τῷ πόνῳ. καὶ τὸν σοφὸν οὐ κατὰ τοὺς κειμένους νόμους πολιτεύσεσθαι, ἀλλὰ κατὰ τὸν τῆς ἀρετῆς. γαμήσειν τε τεκνοποιίας χάριν, ταῖς εὐφυεστάταις συνιόντα γυναιξί. καὶ ἐρασθήσεσθαι δέ˙ μόνον γὰρ εἰδέναι τὸν σοφὸν τίνων χρὴ ἐρᾶν. [11] Dimostrava che la virtù si può insegnare; che solo i nobili sono virtuosi; 15* che la virtù è sufficiente alla felicità e che di nulla ha bisogno se non della forza di Socrate; che la virtù è nelle azioni e non ha bisogno né di moltissime parole 16* né di moltissime cognizioni; che il sapiente basta a se stesso, poiché tutti i beni degli altri sono suoi; che l'assenza di gloria è un bene, similmente alla fatica; 17* che il sapiente non deve vivere secondo le leggi vigenti della città, ma secondo la legge della virtù; che egli prenderà moglie per avere figli, unendosi con le donne più belle, ed amerà, 18* perché solo il sapiente sa chi è degna di essere amata.