Transcription of 22-A,1
22. ERACLITO

A. VITA E DOTTRINA

VITA

22 A 1. DIOG. LAERT. IX 1-17. (1) Eraclito, figlio di Blosone o, secondo alcuni, di Eraconto, nacque ad Efeso. Fiorì nella 69.a olimpiade [504-1]1*. Fu altero quant'altri mai e superbo, come è chiaro anche dal suo scritto, nel quale dice: « ... » [seguono i frammenti 40, 41, 42, 43, 44]. (2) E con tono di rimprovero si esprime anche nei confronti degli Efesi, perché avevano cacciato il suo amico Ermodoro [cfr. B 121]. Avendolo i suoi concittadini pregato di dar loro le leggi, rifiutò, per la ragione che la città era ormai dominata da una cattiva costituzione. (3) Ritiratosi nel tempio di Artemide, si mise a giocare ai dadi con i fanciulli: agli Efesi che gli si facevano attorno, disse: «Perché vi meravigliate, o malvagi? non è forse meglio far questo che occuparsi della città in mezzo a voi?»2*. Alla fine, per insofferenza verso gli uomini, ritirandosi dalla vita civile, visse sui monti, cibandosi di erbe e di piante. Ma, in conseguenza di ciò, ammalatosi di idropisia, tornò in città e, in forma di enigma, chiese ai medici se fossero capaci di far sì che dall'inondazione venisse siccità; e poiché quelli non comprendevano, si seppellì in una stalla sotto il calore dello sterco animale, sperando che l'umore evaporasse. Non avendone, neppure così, alcun giovamento, morì dopo essere vissuto sessant'anni [segue un epigramma di Diogene Laerzio]. (4) Ermippo [fr. 28 F.H. G. III 42] dice ch'egli chiese ai medici se qualcuno fosse capace di essiccare l'umore vuotando gli intestini; alla loro risposta negativa, si distese al sole e ordinò ai ragazzi di ricoprirlo di sterco animale. Stando così disteso, il secondo giorno morì e fu seppellito nella piazza. Neante di Cizico [F.Gr.Hist. 84 F 25 II 197] invece, dice che era rimasto lì non essendo più riuscito a staccarsi lo sterco di dosso, e che, divenuto irriconoscibile per la deformazione, fu divorato dai cani. (5) Fin dalla fanciullezza suscitò stupore: da giovane diceva di non sapere nulla; diventato adulto, diceva di sapere tutto. Non ebbe alcun maestro, ma asseriva di aver indagato se stesso [cfr. B 101] e da se stesso di aver imparato tutto. Sozione riferisce che alcuni affermavano che egli avesse ascoltato Senofane; e Aristone [fr. 28 Wehrli] nell'opera Su Eraclito dice che era stato guarito dall'idropisia e che era morto per un'altra malattia; questo lo afferma anche Ippoboto. Il libro che gli è attribuito è intitolato, dal suo argomento principale, Sulla natura, ma si divide in tre discorsi: sul tutto, politico e teologico3*. (6) Eraclito depose il suo libro nel tempio di Artemide, avendo deciso intenzionalmente, secondo alcuni, di scriverlo in forma oscura, affinché ad esso si accostassero 〈solo〉4* quelli che ne avessero la capacità e affinché non fosse dispregiato per il fatto di essere alla portata del volgo. E questo lo sottolinea anche Timone [fr. 43 Diels], allorché dice:

Tra di essi s'innalzò con il suo acuto grido l'enigmatico Eraclito, dispregiatore della folla.

Teofrasto sostiene che, a causa del suo temperamento melanconico, egli compose il suo scritto per un verso senza portarlo a termine e per altro in modo discontinuo. Antistene nelle Successioni [F.H.G. III 182*] riferisce un indizio della sua generosità: rinunciò infatti al potere regale in favore del fratello. Il suo scritto godette una tale fama che alcuni se ne fecero seguaci e furono chiamati Eraclitei. (7) In generale le sue opinioni sono le seguenti: tutte le cose risultano dal fuoco e nel fuoco si dissolvono; tutte le cose accadono secondo il destino e realizzano la loro armonia mediante il loro mutamento nell'opposto; e tutte son piene di anime e di dèmoni. Parla anche di tutti i fenomeni che si verificano nel cosmo e sostiene che il sole è grande quanto appare. (Dice anche: «... » [B 45-46]. Talvolta nel suo scritto si esprime anche in modo evidente e chiaro, sì che anche la persona più ottusa può facilmente comprenderlo e riceverne elevazione dell'anima; incomparabili sono la brevità e la profondità del suo modo di esprimersi.) (8) Nel particolare, poi, queste sono le sue dottrine: il fuoco è l'elemento di tutte le cose e tutte le cose sono mutazioni del fuoco [B 90], producentisi per rarefazione e condensazione: non dà tuttavia un'esposizione chiara su tutto ciò. Tutto accade secondo l'opposizione e tutto scorre come un fiume [cfr. B 12. 91]; l'universo è limitato ed esiste un unico cosmo. Esso nasce dal fuoco e di nuovo sarà arso dal fuoco secondo periodi determinati e vicendevoli per tutta l'eternità: è il destino che determina questo accadere. E dei contrari, quello che spinge alla nascita è chiamato guerra e contesa [B 80], mentre quello che spinge alla distruzione ad opera del fuoco è chiamato accordo e pace e il mutamento, secondo cui viene a nascere il cosmo, prende il nome di via all'in su e via all'in giù. (9) Il fuoco condensandosi diventa umido e, fattosi ancora più consistente, diventa acqua, la quale solidificandosi si trasforma in terra: e questa è la via all'in giù. Di nuovo, poi, la terra si scioglie e da essa nasce l'acqua e da questa tutto il resto: egli infatti riconduce quasi tutte le cose alle evaporazioni dal mare; e questa è la via all'in su. Le evaporazioni avvengono dalla terra e dal mare, e le une sono luminose e pure le altre oscure: mentre il fuoco si accresce per quelle luminose, l'umido si accresce per le altre. Di che natura sia ciò che circonda la terra [la volta celeste] egli non chiarisce: asserisce tuttavia che in esso si trovano [cavità a forma di] catini, che volgono verso di noi le loro parti concave, nelle quali si raccolgono le esalazioni luminose, che s'infiammano: e queste fiamme sono gli astri. (10) La fiamma del sole è la più luminosa e la più calda. E mentre gli altri astri sono molto distanti dalla terra e per questo sono meno luminosi e meno caldi, la luna invece, che pure è la più vicina, è meno luminosa e meno calda perché non si muove nella regione pura; il sole, invero, si trova in una regione limpida e pura ed ha da noi una distanza appropriata: ed è per questo che riscalda ed illumina di più. Le eclissi del sole e della luna sono prodotte dalla rotazione verso l'alto [della parte concava] dei rispettivi catini, mentre le fasi mensili della luna avvengono per il graduale ruotare su se stesso del suo catino. I giorni, le notti, le stagioni, le piogge annuali, i venti e tutti gli altri fenomeni dello stesso genere si producono secondo le differenti evaporazioni. (11) L'evaporazione luminosa, infatti, incendiandosi nel cerchio del sole produce il giorno; quella contraria, invece, quando prevale, produce la notte. E il caldo, accrescendosi per l'evaporazione luminosa, porta l'estate; mentre l'umido, facendosi più intenso per l'evaporazione oscura, porta l'inverno. Conformemente a queste dottrine Eraclito spiega le cause anche degli altri fenomeni. Nulla invece manifesta circa la natura della terra, e neppure dei catini. E queste sono le sue opinioni5*.
Per ciò che riguarda Socrate e le cose che disse quando gli capitò il libro di Eraclito, che gli fu portato da Euripide, secondo la testimonianza di Aristone [fr. 29 Wehrli], abbiamo già scritto nel libro che concerne Socrate [cfr. II 22 = A 4]. (12) (Il grammatico Seleuco [manca in F.H.G. III 500] afferma che un tal Crotone attesta nel suo Tuffatore che un certo Cratete portò per primo il libro di Eraclito in Grecia.) E Socrate diceva che avrebbe dovuto essere come un tuffatore delio colui che non avesse voluto annegare in quel libro. Ad esso alcuni danno come titolo Muse, altri Della natura; Diodoto invece

l'acuta guida per la linea della vita.
Altri ancora lo definiscono regola dei costumi, unico ordine della vita di tutti. Si dice che una volta, interrogato perché tacesse, rispose: «Affinché voi possiate cianciare». Anche Dario desiderò di averlo presso di sé e così gli scrisse. [Seguono ai paragrafi 13-14 una lettera di Dario (in attico) e la risposta di Eraclito (in ionico), che, come le sette lettere seguenti (HERCHER, Epistolographi, pp. 280 sgg.) non meritano, secondo Diels, di essere trascritte.]
(15) Tale fu l'uomo, anche nei confronti del re. Demetrio negli Omonimi dice che Eraclito dispregiò anche gli Ateniesi, presso i quali godeva di grandissima fama, e che, pur essendo dispregiato dagli Efesi, scelse piuttosto la sua patria. Fa menzione di lui Demetrio Falereo nella sua Apologia di Socrate [F.Gr.Hist. 288 F 40 II 970 = fr. 92 Wehrli]. Moltissimi sono coloro che hanno dato interpretazioni del suo libro: Antistene, Eraclide Pontico [p. 88 Voss = fr. 39 Wehrli], Cleante e Sfero stoico, e poi Pausania detto l'Eraclitista, Nicomede e Dionisio. Tra i grammatici è da ricordare Diodoto, il quale nega che il libro trattasse della natura, e afferma che invece riguardasse la politica, essendovi le questioni naturali introdotte solo a mo' di esempi. (16) Ieronimo dice [fr. 23 Hiller] che il giambografo Scitino si adoperò a mettere in versi il suo discorso. Si tramandano molti epigrammi su di lui, e tra gli altri anche questo [Anth. Pal. III 128]:

Sono Eraclito: perché, o illetterati, mi tirate in su e in giù? Non per voi mi son affaticato, ma per quelli che mi comprendono.

Un solo uomo per me vale trentamila e la folla neppure uno. Queste cose io intono anche dal regno di Persefone.

e un altro è questo [Anth. Pal. IX 540]:

Non srotolare in fretta fino alla verga il libro di Eraclito
di Efeso: assai difficile a percorsi è il cammino.
Oscurità e notte profonda è in esso; ma, se un iniziato
ti conduce, è più luminoso del sole splendente.

(17) Vi furono cinque Eracliti: il primo è questo; ecc.

22 [12]. HERAKLEITOS

[I 139. 35 App.] A. LEBEN UND LEHRE

LEBEN

22 A 1. DIOG. IX 1-17. (1) Ἡράκλειτος Βλόσωνος ἤ, ὥς τινες, Ἡράκωντος Ἐφέσιος. οὗτος ἤκμαζε μὲν κατὰ τὴν ἐνάτην καὶ ἑξηκοστὴν ὀλυμπιάδα [504-501]. [I 140. 1 App.] μεγαλόφρων δὲ γέγονε παρ' ὁντιναοῦν καὶ ὑπερόπτης, ὡς καὶ ἐκ τοῦ συγγράμματος αὐτοῦ δῆλον, ἐν ὧι φησι "πολυμαθίη ... Ἑκαταῖον" [B 40]. εἶναι γὰρ "ἓν τὸ σοφὸν ... πάντων" [B 41]. "τόν" τε " Ὅμηρον" ἔφασκεν ... "ὁμοίως" [B 42] . (2) ἔλεγε δὲ καὶ "ὕβριν ... πυρκαϊήν" [B 43] καὶ "μάχεσθαι ... τείχεος". [I 140. 5 App.] [B 44] καθάπτεται δὲ καὶ τῶν Ἐφεσίων ἐπὶ τῶι τὸν ἑταῖρον ἐκβαλεῖν Ἑρμόδωρον, ἐν οἷς φησιν˙ "ἄξιον ... μετ' ἄλλων" [vgl. B 121]. ἀξιούμενος δὲ καὶ νόμους θεῖναι πρὸς αὐτῶν ὑπερεῖδε διὰ τὸ ἤδη κεκρατῆσθαι τῆι πονηρᾶι πολιτείαι τὴν πόλιν. (3) ἀναχωρήσας δὲ εἰς τὸ ἱερὸν τῆς Ἀρτέμιδος μετὰ τῶν παίδων ἠστραγάλιζεν˙ περιστάντων δ' αὐτὸν τῶν Ἐφεσίων, "τί, ὦ κάκιστοι, θαυμάζετε;" εἶπεν˙ [I 140. 10 App.] "ἢ οὐ κρεῖττον τοῦτο ποιεῖν ἢ μεθ' ὑμῶν πολιτεύεσθαι;" καὶ τέλος μισανθρωπήσας καὶ ἐκπατήσας ἐν τοῖς ὄρεσι διηιτᾶτο, πόας σιτούμενος καὶ βοτάνας. καὶ μέντοι καὶ διὰ τοῦτο περιτραπεὶς εἰς ὕδερον κατῆλθεν εἰς ἄστυ καὶ τῶν ἰατρῶν αἰνιγματωδῶς ἐπυνθάνετο, εἰ δύναιντο ἐξ ἐπομβρίας αὐχμὸν ποιῆσαι˙ τῶν δὲ μὴ συνιέντων, αὑτὸν εἰς βούστασιν κατορύξας τῆι τῶν βολίτων ἀλέαι ἤλπισεν ἐξατμισθήσεσθαι. [I 140. 15 App.] οὐδὲν δὲ ἀνύων οὐδ' οὕτως ἐτελεύτα βιοὺς ἔτη ἑξήκοντα. (Folgt Epigramm des Laërtios) (4) Ἕρμιππος [ FHG III 42 fr. 28] δέ φησι λέγειν αὐτὸν τοῖς ἰατροῖς, εἴ τις δύναται τὰ ἔντερα κεινώσας 〈τὸ〉 ὑγρὸν ἐξερᾶσαι˙ ἀπειπόντων δὲ θεῖναι αὑτὸν εἰς τὸν ἥλιον καὶ κελεύειν τοὺς παῖδας βολίτοις καταπλάττειν˙ οὕτω δὴ κατατεινόμενον δευτεραῖον τελευτῆσαι καὶ θαφθῆναι ἐν τῆι ἀγορᾶι. Νεάνθης [I 140. 20 App.] δ' ὁ Κυζικηνός [FGrHist. 84 F 25 II 197] φησι μὴ δυνηθέντα αὐτὸν ἀποσπάσαι τὰ βόλιτα μεῖναι καὶ διὰ τὴν μεταβολὴν ἀγνοηθέντα κυνόβρωτον γενέσθαι. (5) γέγονε δὲ θαυμάσιος ἐκ παίδων, ὅτε καὶ νέος ὢν ἔφασκε μηδὲν εἰδέναι, τέλειος μέντοι γενόμενος πάντα ἐγνωκέναι. ἤκουσέ τε οὐδενός, ἀλλ' αὑτὸν ἔφη διζήσασθαι [B 101] καὶ μαθεῖν πάντα παρ' ἑαυτοῦ. Σωτίων δέ φησιν εἰρηκέναι τινὰς Ξενοφάνους [I 140. 25 App.] αὐτὸν ἀκηκοέναι˙ λέγειν τε Ἀρίστωνα ἐν τῶι Περὶ Ἡρακλείτου καὶ τὸν ὕδερον αὐτὸν θεραπευθῆναι, ἀποθανεῖν δ' ἄλληι νόσωι˙ τοῦτο δὲ καὶ Ἱππόβοτός φησι. τὸ δὲ φερόμενον αὐτοῦ βιβλίον ἐστὶ μὲν ἀπὸ τοῦ συνέχοντος Περὶ φύσεως, διήιρηται δὲ εἰς τρεῖς λόγους, εἴς τε τὸν περὶ τοῦ παντὸς καὶ πολιτικὸν καὶ θεολογικόν. [I 141. 1 App.] (6) ἀνέθηκε δ' αὐτὸ εἰς τὸ τῆς Ἀρτέμιδος ἱερόν, ὡς μέν τινες, ἐπιτηδεύσας ἀσαφέστερον γράψαι, ὅπως οἱ δυνάμενοι 〈μόνοι〉 προσίοιεν αὐτῶι καὶ μὴ ἐκ τοῦ δημώδους εὐκαταφρόνητον ἦι. τοῦτον δὲ καὶ ὁ Τίμων [fr. 43 D.] ὑπογράφει λέγων˙ "τοῖς δ' ἔνι κοκκυστὴς ὀχλολοίδορος Ἡράκλειτος αἰνικτὴς ἀνόρουσε". Θεόφραστος [I 141. 5 App.] δέ φησιν ὑπὸ μελαγχολίας τὰ μὲν ἡμιτελῆ, τὰ δὲ ἄλλοτε ἄλλως ἔχοντα γράψαι. σημεῖον δ' αὐτοῦ τῆς μεγαλοφροσύνης Ἀντισθένης φησὶν ἐν Διαδοχαῖς [FHG III 182*]˙ ἐκχωρῆσαι γὰρ τἀδελφῶι τῆς βασιλείας. τοσαύτην δὲ δόξαν ἔσχε τὸ σύγγραμμα, ὡς καὶ αἱρετιστὰς ἀπ' αὐτοῦ γενέσθαι τοὺς κληθέντας Ἡρακλειτείους.
(7) ἐδόκει δὲ αὐτῶι καθολικῶς μὲν τάδε˙ ἐκ πυρὸς τὰ πάντα συνεστάναι καὶ
[I 141. 10 App.] εἰς τοῦτο ἀναλύεσθαι˙ πάντα δὲ γίνεσθαι καθ' εἱμαρμένην καὶ διὰ τῆς ἐναντιοτροπῆς ἡρμόσθαι τὰ ὄντα˙ καὶ πάντα ψυχῶν εἶναι καὶ δαιμόνων πλήρη. εἴρηκε δὲ καὶ περὶ τῶν ἐν κόσμωι συνισταμένων πάντων παθῶν, ὅτι τε ὁ ἥλιός ἐστι τὸ μέγεθος οἷος φαίνεται. (λέγεται δὲ καί˙ "ψυχῆς ... ἔχει" [B 45]. τήν τε οἴησιν ἱερὰν νόσον [B 46] ἔλεγε καὶ τὴν ὅρασιν ψεύδεσθαι. λαμπρῶς τε ἐνίοτε ἐν τῶι [I 141. 15 App.] συγγράμματι καὶ σαφῶς ἐκβάλλει, ὥστε καὶ τὸν νωθέστατον ῥαιδίως γνῶναι καὶ δίαρμα ψυχῆς λαβεῖν˙ ἥ τε βραχύτης καὶ τὸ βάρος τῆς ἑρμηνείας ἀσύγκριτον.) (8) καὶ τὰ ἐπὶ μέρους δὲ αὐτῶι ὧδ' ἔχει τῶν δογμάτων˙ πῦρ εἶναι στοιχεῖον καὶ πυρὸς ἀμοιβὴν τὰ πάντα [B 90], ἀραιώσει καὶ πυκνώσει [τὰ] γινόμενα˙ σαφῶς δὲ οὐδὲν ἐκτίθεται. γίνεσθαί τε πάντα κατ' ἐναντιότητα καὶ ῥεῖν τὰ ὅλα ποταμοῦ [I 141. 20 App.] δίκην [vgl. B 12. 91], πεπεράνθαι τε τὸ πᾶν καὶ ἕνα εἶναι κόσμον˙ γεννᾶσθαί τε αὐτὸν ἐκ πυρὸς καὶ πάλιν ἐκπυροῦσθαι κατά τινας περιόδους ἐναλλὰξ τὸν σύμπαντα αἰῶνα˙ τοῦτο δὲ γίνεσθαι καθ' εἱμαρμένην. τῶν δὲ ἐναντίων τὸ μὲν ἐπὶ τὴν γένεσιν ἄγον καλεῖσθαι πόλεμον καὶ ἔριν [B 80], τὸ δ' ἐπὶ τὴν ἐκπύρωσιν ὁμολογίαν καὶ εἰρήνην, καὶ τὴν μεταβολὴν ὁδὸν ἄνω κάτω, τόν τε κόσμον γίνεσθαι [I 141. 25 App.] κατ' αὐτήν. (9) πυκνούμενον γὰρ τὸ πῦρ ἐξυγραίνεσθαι συνιστάμενόν τε γίνεσθαι ὕδωρ, πηγνύμενον δὲ τὸ ὕδωρ εἰς γῆν τρέπεσθαι˙ καὶ ταύτην ὁδὸν ἐπὶ τὸ κάτω εἶναι. πάλιν τε αὖ τὴν γῆν χεῖσθαι, ἐξ ἧς τὸ ὕδωρ γίνεσθαι, ἐκ δὲ τούτου τὰ λοιπά, σχεδὸν πάντα ἐπὶ τὴν ἀναθυμίασιν ἀνάγων τὴν ἀπὸ τῆς θαλάττης˙ αὕτη δέ ἐστιν ἡ ἐπὶ τὸ ἄνω ὁδός. γίνεσθαι δὲ ἀναθυμιάσεις ἀπό τε γῆς καὶ θαλάττης, [I 141. 30] ἃς μὲν λαμπρὰς καὶ καθαράς, ἃς δὲ σκοτεινάς. αὔξεσθαι δὲ τὸ μὲν πῦρ ὑπὸ τῶν λαμπρῶν, τὸ δὲ ὑγρὸν ὑπὸ τῶν ἑτέρων. τὸ δὲ περιέχον ὁποῖόν ἐστιν οὐ δηλοῖ˙ εἶναι μέντοι ἐν αὐτῶι σκάφας ἐπεστραμμένας κατὰ κοῖλον πρὸς ἡμᾶς, ἐν αἷς ἀθροιζομένας τὰς λαμπρὰς ἀναθυμιάσεις ἀποτελεῖν φλόγας, ἃς εἶναι τὰ ἄστρα. (10) λαμπροτάτην δὲ εἶναι τὴν τοῦ ἡλίου φλόγα καὶ θερμοτάτην. τὰ μὲν γὰρ ἄλλα ἄστρα [I 141. 35] πλεῖον ἀπέχειν ἀπὸ γῆς καὶ διὰ τοῦτο ἧττον λάμπειν καὶ θάλπειν, τὴν δὲ σελήνην προσγειοτέραν οὖσαν μὴ διὰ τοῦ καθαροῦ φέρεσθαι τόπου. τὸν μέντοι ἥλιον ἐν [I 142. 1 App.] διαυγεῖ καὶ ἀμιγεῖ κεῖσθαι καὶ σύμμετρον ἀφ' ἡμῶν ἔχειν διάστημα˙ τοιγάρτοι μᾶλλον θερμαίνειν τε καὶ φωτίζειν. ἐκλείπειν τε ἥλιον καὶ σελήνην ἄνω στρεφομένων τῶν σκαφῶν˙ τούς τε κατὰ μῆνα τῆς σελήνης σχηματισμοὺς γίνεσθαι στρεφομένης ἐν αὐτῆι κατὰ μικρὸν τῆς σκάφης. ἡμέραν τε καὶ νύκτα γίνεσθαι καὶ μῆνας [I 142. 5] καὶ ὥρας ἐτείους καὶ ἐνιαυτοὺς ὑετούς τε καὶ πνεύματα καὶ τὰ τούτοις ὅμοια κατὰ τὰς διαφόρους ἀναθυμιάσεις. (11) τὴν μὲν γὰρ λαμπρὰν ἀναθυμίασιν φλογωθεῖσαν ἐν τῶι κύκλωι τοῦ ἡλίου ἡμέραν ποιεῖν, τὴν δὲ ἐναντίαν ἐπικρατήσασαν νύκτα ἀποτελεῖν˙ καὶ ἐκ μὲν τοῦ λαμπροῦ τὸ θερμὸν αὐξόμενον θέρος ποιεῖν, ἐκ δὲ τοῦ σκοτεινοῦ τὸ ὑγρὸν πλεονάζον χειμῶνα ἀπεργάζεσθαι. ἀκολούθως δὲ τούτοις [I 142. 10] καὶ περὶ τῶν ἄλλων αἰτιολογεῖ. περὶ δὲ τῆς γῆς οὐδὲν ἀποφαίνεται ποία τίς ἐστιν, ἀλλ' οὐδὲ περὶ τῶν σκαφῶν. καὶ ταῦτα μὲν ἦν αὐτῶι τὰ δοκοῦντα.
τὰ δὲ περὶ Σωκράτους καὶ ὅσα ἐντυχὼν τῶι συγγράμματι εἴποι, κομίσαντος Εὐριπίδου, καθά φησιν Ἀρίστων, ἐν τῶι περὶ Σωκράτους εἰρήκαμεν
[s. A 4]. (12) (Σέλευκος μέντοι φησὶν ὁ γραμματικὸς [fehlt FHG III 500] Κρότωνά τινα
[I 142. 15 App.] ἱστορεῖν ἐν τῶι Κατακολυμβητῆι Κράτητά τινα πρῶτον εἰς τὴν Ἑλλάδα κομίσαι τὸ βιβλίον). καὶ εἰπεῖν Δηλίου τινὸς δεῖσθαι κολυμβητοῦ, ὃς οὐκ ἀποπνιγήσεται ἐν αὐτῶι. ἐπιγράφουσι δὲ αὐτῶι οἱ μὲν Μούσας, οἱ δὲ Περὶ φύσεως, Διόδοτος δὲ

ἀκριβὲς οἰάκισμα πρὸς στάθμην βίου,

ἄλλοι γνώμον' ἠθῶν, τρόπου κόσμον ἕνα τῶν ξυμπάντων. φασὶ δ' αὐτὸν ἐρωτηθέντα, [I 142. 20] διὰ τί σιωπᾶι, φάναι "ἵν' ὑμεῖς λαλῆτε". ἐπόθησε δὲ αὐτοῦ καὶ Δαρεῖος μετασχεῖν καὶ ἔγραψεν ὧδε πρὸς αὐτόν. Folgt § 13-14 ein Brief des Dareios (attisch) und Heraklits Antwort (ionisch), die übringen sieben (Hercher Epistologr. 280ff.) nach Diels den Abdruck nicht lohnen.
(15) τοιοῦτος μὲν ἁνὴρ καὶ πρὸς βασιλέα. Δημήτριος δέ φησιν ἐν τοῖς Ὁμωνύμοις
[I 142. 25 App.] καὶ Ἀθηναίων αὐτὸν ὑπερφρονῆσαι, δόξαν ἔχοντα παμπλείστην, καταφρονούμενόν τε ὑπὸ τῶν Ἐφεσίων ἑλέσθαι μᾶλλον τὰ οἰκεῖα. μέμνηται αὐτοῦ καὶ ὁ Φαληρεὺς Δημήτριος ἐν τῆι Σωκράτους ἀπολογίαι [FGrHist. 288 F 40 II 970]. πλεῖστοί τέ εἰσιν ὅσοι ἐξήγηνται αὐτοῦ τὸ σύγγραμμα˙ καὶ γὰρ Ἀντισθένης καὶ Ἡρακλείδης ὁ Ποντικὸς [p. 88 Voss], Κλεάνθης τε καὶ Σφαῖρος ὁ Στωικός, πρὸς δὲ [I 142. 30 App.] Παυσανίας ὁ κληθεὶς Ἡρακλειτιστής, Νικομήδης τε καὶ Διονύσιος˙ τῶν δὲ γραμματικῶν Διόδοτος, ὃς οὔ φησι περὶ φύσεως εἶναι τὸ σύγγραμμα, ἀλλὰ περὶ πολιτείας, τὰ δὲ περὶ φύσεως ἐν παραδείγματος εἴδει κεῖσθαι. (16) Ἱερώνυμος δέ φησι [fr. 23 Hiller] καὶ Σκυθῖνον τὸν τῶν Ἰάμβων ποιητὴν [vgl. C 3] ἐπιβαλέσθαι τὸν ἐκείνου λόγον διὰ μέτρου ἐκβάλλειν. πολλά τ' εἰς αὐτὸν ἐπιγράμματα φέρεται, ἀτὰρ δὴ [I 142. 35 App.] καὶ τόδε [Anth. P. VII 128]˙

Ἡράκλειτος ἐγώ˙ τί μ' ἄνω κάτω ἕλκετ' ἄμουσοι;
οὐχ ὑμῖν ἐπόνουν, τοῖς δ' ἔμ' ἐπισταμένοις.
[I 143. 1 App.] εἷς ἐμοὶ ἄνθρωπος τρισμύριοι, οἱ δ' ἀνάριθμοι
οὐδείς. ταῦτ' αὐδῶ καὶ παρὰ Φερσεφόνηι.

καὶ ἄλλο τοιόνδε [Anth. P. IX 540]˙

μὴ ταχὺς Ἡρακλείτου ἐπ' ὀμφαλὸν εἴλεε βύβλον
[I 143. 5] τοὐφεσίου˙ μάλα τοι δύσβατος ἀτραπιτός.
ὀρφνὴ καὶ σκότος ἐστὶν ἀλάμπετον˙ ἢν δέ σε μύστης
εἰσαγάγηι, φανεροῦ λαμπρότερ' ἠελίου.
(17) γεγόνασι δ' Ἡράκλειτοι πέντε˙ πρῶτος αὐτὸς οὗτος˙ δεύτερος ποιητὴς λυρικός, οὗ ἐστι τῶν δώδεκα θεῶν ἐγκώμιον˙ τρίτος ἐλεγείας ποιητὴς Ἁλικαρνασσεύς,
[I 143. 10 App.] εἰς ὃν Καλλίμαχος πεποίηκεν οὕτως˙ 'εἶπέ τις ... βαλεῖ ' [epigr. 2 Wil.]˙ τέταρτος Λέσβιος ἱστορίαν γεγραφὼς Μακεδονικήν˙ πέμπτος σπουδογέλοιος ἀπὸ κιθαρωιδίας μεταβεβηκὼς εἰς τὸ εἶδος.