Transcription of 23-B,1-6
B. FRAMMENTI
DAI QUATTRO LIBRI DI ALCIMO CONTRO AMINTA

23 B 1- 6. DIOG. LAERT. III 9 Sgg. (9) Molte cose Platone ha derivato anche da Epicarmo, il commediografo, e per la maggior parte le ha trascritte, secondo che dice Alcimo nei libri Contro Aminta, che sono quattro. Ivi nel libro primo [F.Gr.Hist. 560 F 6 III 571] dice così:

E' evidente che anche Platone ripete molte cose d'Epicarmo. Considera. Platone dice che percepibile è ciò che non conserva mai la stessa qualità e la stessa quantità, ma sempre scorre e muta. (10) Perché le cose cui una parte si può sottrarre, per non essere esse né identità né quiddità né quantità né qualità, sono quelle di cui sempre c'è generazione, ma mai sostanza. Intellegibile invece Platone dice ch'è quello cui nulla si può togliere o aggiungere, e che tale appunto è la natura delle cose eterne, sempre identica a se stessa. Or anche Epicarmo ha parlato chiaramente delle cose percepibili e delle intelligibili:

1. Gli dèi furono sempre e mai vennero meno. E queste cose sono sempre uguali e nella stessa condizione.
- Si dice però che, degli dèi, il caos fu generato per primo.
- Com'è possibile? Impossibile è che sia da qualche cosa quello che viene per primo.

- Nulla dunque è venuto primo? - No, per Zeus, e neppure per secondo, almeno quando si parla delle cose di cui noi parliamo ora; sempre esse furono3*.

2. Se uno aggiunge un voto a un numero dispari di (11) voti, o, se preferisci, a un numero pari, e similmente se ne sottrae uno a quelli che ci sono, forse tu credi che il numero resterebbe il medesimo?

- No, certo.
- E neppure se tu aggiungessi alla misura d'un braccio un'altra lunghezza, o la togliessi, la misura rimarrebbe la stessa?

- No, certo. - Or guarda anche agli uomini.
L'uno cresce, l'altro si consuma.

Tutti sempre mutano incessantemente.

E quello che per natura muta e non rimane mai nella stessa condizione, si deve dire che è altro ora da quello ch'era prima;

e tu ed io altri eravamo ieri e altri oggi, e poi ancora altri, e non mai gli stessi, <secondo questo> discorso4*.

Cfr. PLUTARCH. de comm. not. 44 p. 1083 A. Il discorso della crescita è antico. Lo ha già fatto, in forma interrogativa, Epicarmo, secondo che dice Crisippo.
PLUTARCH. de sera num. vind. 15 p. 559 A. Questo rassomiglia alle argomentazioni di Epicarmo, onde nacque il discorso dei sofisti, detto della crescita: colui che ha fatto un debito tempo addietro, ora non è debitore, perché è diventato un altro; quello che è stato invitato a pranzo ieri, oggi, se viene, viene non invitato, perché è un altro.
ANON. in Plat. Theaet. 71, 26. Epicarmo si servì [del detto eracliteo] in una commedia, dove dice di uno che, richiesto di pagare un debito, negava di essere la stessa persona che l'aveva fatto, per essersi aggiunte in lui alcune parti ed altre essere scomparse; e allora il creditore lo picchiò, e, chiamato in giudizio, disse a sua volta che colui che aveva picchiato e colui che ora era accusato erano altri.

(12) E Alcimo continua così:

I sapienti affermano che l'anima alcune cose percepisce servendosi del corpo, come quando ascolta e vede, e altre pensa per se stessa senza bisogno del corpo: e che perciò alcune cose sono percepibili, altre intellegibili. Per questa ragione appunto anche Platone affermava che per conoscere i principi del tutto bisogna prima discernere le idee che stanno per se stesse, come uguaglianza e unità e pluralità e grandezza e stasi e moto, poi postulare il bello in sé e il buono e il giusto e le altre idee di tal genere, in terzo luogo cogliere le idee nei loro rapporti, come conoscenza o grandezza o dominio, e pensare che le cose di quaggiù hanno medesimo nome di quelle perché ne partecipano: vale a dire che son giuste le cose che partecipano del giusto, belle quelle che partecipano del bello. Ora ogni idea è eterna, è pensiero, è immutevole; per questo Platone dice anche [Parm. 132 D] che nella natura le idee stanno come modelli, e che le altre cose sono simili ad esse come loro copie. (13) Orbene, Epicarmo parla in questo modo del bene e delle idee:

3. (14) Non è forse qualche cosa l'arte di sonare il flauto? - Certamente.

- Forse è, quest'arte, un uomo? - No.
- Orsù, vediamo: che cos'è un flautista? che cosa credi ch'egli sia? un uomo o no? - Certo, un uomo.

- E non credi che lo stesso sia per il bene? che cioè il bene è la cosa in sé, e che chi ha imparato a conoscerlo, allora, quando lo conosce, è buono?

Perché, a quel modo che è flautista chi ha imparato l'arte di sonare il flauto, e danzatore chi ha imparato l'arte della danza, e tessitore chi ha imparato l'arte di tessere, e lo stesso si può dire per qualsivoglia altra attività, così chi ha imparato è artista, non arte.

(15) Platone [Phaed. 96 B], dove costruisce la sua dottrina delle idee, afferma che, se c'è la memoria, anche ci devon essere le idee nelle cose, perché ricordo si ha solo di ciò che è fermo e rimane, e nulla rimane fermo, se non le idee. «In qual modo mai - egli dice, - gli animali potrebbero conservarsi pur nel mutamento, se non partecipassero dell'idea, e non possedessero inoltre per natura una mente?»

Fa poi menzione [Parm. 129] della somiglianza e della crescita5* come sono nelle cose, dimostrate dal fatto che in tutti gli animali è innata la facoltà di scorgere le somiglianze, tanto che sanno riconoscere le cose che sono dello stesso genere.
Ordunque, come dice Epicarmo?

4. (16) O Eumeo, non in un solo essere si trova la sapienza, ma tutti gli esseri viventi possiedono conoscenza. Le galline, osserva, non partoriscono figli vivi, ma gli dànno vita covandoli. In che stia poi questa sapienza, lo sa la natura soltanto; perché essa soltanto non è istruita da altro6*.

E poi:

5. Nulla di strano che così noi diciamo, e siamo soddisfatti di noi stessi, e crediamo d'aver gran pregi da natura, perché anche il cane crede che la cosa più bella sia il cane, e il bue il bue, e l'asino l'asino, e il porco il porco.

(17) Queste e altre siffatte somiglianze Alcimo raccoglie qua e là nei quattro libri, volendo dimostrare quanto da Epicarmo trasse Platone. Che poi Epicarmo fosse consapevole della sua sapienza, si vede anche da quei versi ove vaticina il suo imitatore:

6. Secondo ch'io credo - anzi, perché dico credo? So sicuramente che il ricordo di questi miei detti durerà. Uno li riprenderà, li spoglierà del metro in cui sono, li rivestirà di porpora, li adornerà di bei ragionamenti, e sé rivelerà invincibile, deboli gli altri7*.

ΕΚ ΤΩΝ ΑΛΚΙΜΟΥ ΠΡΟΣ ΑΜΥΝΤΑΝ ᾹΒ̅Γ̅Δ̅ [I 195. 1 App.]
Echtheit nicht ganz sicher, besonders bei 3. 6. 7.

23 B 1- 6. DIOG. III 9-17 (9) πολλὰ δὲ καὶ παρ' Ἐπιχάρμου τοῦ κωμωιδιοποιοῦ προσωφέληται [Platon] τὰ πλεῖστα μεταγράψας, καθά φησιν Ἄλκιμος ἐν Τοῖς [I 195. 5 App.] πρὸς Ἀμύνταν, ἅ ἐστι τέτταρα, ἔνθα καὶ ἐν τῶι πρώτωι [fr. 7 FHG IV 297] φησὶ ταῦτα˙ "φαίνεται δὲ καὶ Πλάτων πολλὰ τῶν Ἐπιχάρμου λέγων˙ σκεπτέον δέ. ὁ Πλάτων φησὶν αἰσθητὸν μὲν εἶναι τὸ μηδέποτε ἐν τῶι ποιῶι μηδὲ ποσῶι διαμένον, ἀλλ' ἀεὶ ῥέον καὶ μεταβάλλον˙ (10) ὡς ἐξ ὧν ἄν τις ἀνέληι τὸν ἀριθμόν, τούτων οὔτε ἴσων οὔτε τινῶν οὔτε ποσῶν οὔτε ποιῶν ὄντων - ταῦτα δ' ἐστὶν ὧν ἀεὶ γένεσις, [I 195. 10 App.] οὐσία δὲ μηδέποτε πέφυκε. νοητὸν δὲ ἐξ οὗ μηθὲν ἀπογίνεται μηδὲ προσγίνεται. τοῦτο δ' ἐστὶν ἡ τῶν ἀιδίων φύσις, ἣν ὁμοίαν τε καὶ τὴν αὐτὴν ἀεὶ συμβέβηκεν εἶναι. καὶ μὴν ὅ γε Ἐ. περὶ τῶν αἰσθητῶν καὶ νοητῶν ἐναργῶς εἴρηκεν˙

1 [170a K.]
- ἀλλ' ἀεί τοι θεοὶ παρῆσαν χὐπέλιπον οὐ πώποκα,
[I 195. 15 App.] τάδε δ' ἀεὶ πάρεσθ' ὁμοῖα διά τε τῶν αὐτῶν ἀεί.
- ἀλλὰ λέγεται μὰν Χάος πρᾶτον γενέσθαι τῶν θεῶν.
- πῶς δέ κα; μὴ ἔχον γ' ἀπό τινος μηδ' ἐς ὅ τι πρᾶτον μόλοι.
- οὐκ ἄρ' ἔμολε πρᾶτον οὐθέν; - οὐδὲ μὰ Δία δεύτερον
τῶνδέ γ' ὧν ἁμὲς νῦν ὧδε λέγομες, ἀλλ' ἀεὶ τάδ' ἦς.

[I 195. 20] καί˙

[I 196. 1 App.] 2 [170b] - 〈αἰ〉 πὸτ ἀριθμόν τις περισσόν, αἰ δὲ λῆις πὸτ ἄρτιον,
(11) ποτθέμειν λῆι ψᾶφον ἢ καὶ τᾶν ὑπαρχουσᾶν λαβεῖν,
ἦ δοκεῖ κά τοί γ' 〈ἔθ'〉 ωὑτὸς εἶμεν; - οὐκ ἐμίν γά κα.
- οὐδὲ μὰν οὐδ' αἰ ποτὶ μέτρον παχυαῖον ποτθέμειν
[I 196. 5 App.] λῆι τις ἕτερον μᾶκος ἢ τοῦ πρόσθ' ἐόντος ἀποταμεῖν,
ἔτι χ' ὑπάρχοι κῆνο τὸ μέτρον; - οὐ γάρ. - ὧδε νῦν ὅρη
καὶ τὸς ἀνθρώπως˙ ὁ μὲν γὰρ αὔξεθ', ὁ δέ γα μὰν φθίνει,
ἐν μεταλλαγᾶι δὲ πάντες ἐντὶ πάντα τὸν χρόνον.
ὃ δὲ μεταλλάσσει κατὰ φύσιν κοὔποκ' ἐν ταὐτῶι μένει,
[I 196. 10 App.] ἕτερον εἴη κα τόδ' ἤδη τοῦ παρεξεστακότος,
καὶ τὺ δὴ κἀγὼ χθὲς ἄλλοι καὶ νὺν ἄλλοι τελέθομες,
καὖθις ἄλλοι κοὔποχ' ωὑτοὶ καττὸν 〈αὐτὸν αὖ〉 λόγον."

[Vgl. PLUT. d comm. not. 44 p. 1083 A. ὁ τοίνυν περὶ αὐξήσεως λόγος ἐστὶ μὲν ἀρχαῖος˙ ἠρώτηται γάρ, ὥς φησι Χρύσιππος, ὑπ' Ἐπιχάρμου. PLUT. de sera num. vind. 15 p. 559 A [I 196. 15 App.] ταῦτά γε τοῖς Ἐπιχαρμείοις ἔοικεν, ἐξ ὧν ὁ αὐξόμενος ἀνέφυ τοῖς σοφισταῖς λόγος˙ ὁ γὰρ λαβὼν πάλαι τὸ χρέος νῦν οὐκ ὀφείλει γεγονὼς ἕτερος˙ ὁ δὲ κληθεὶς ἐπὶ δεῖπνον ἐχθὲς ἄκλητος ἥκει τήμερον˙ ἄλλος γάρ ἐστι. ANON. IN [I 197. 1] PLAT. Theaet. 71, 26. [nach 22 B 126b] καὶ ἐκωμώιδησεν αὐτὸ ἐπὶ τοῦ ἀπαιτουμένου συμβολὰς καὶ ἀρνουμένου τοῦ αὐτοῦ εἶναι διὰ τὸ τὰ μὲν προσγεγενῆσθαι, τὰ δὲ ἀπεληλυθέναι, ἐπεὶ δὲ ὁ ἀπαιτῶν ἐτύπτησεν αὐτὸν καὶ ἐνεκαλεῖτο, πάλιν κἀκείνου φάσκοντος ἕτερον μὲν εἶναι τὸν τετυπτηκότα, ἕτερον δὲ τὸν ἐγκαλούμενον].

(12) [I 197. 5 App.] ἔτι φησὶν ὁ Ἄλκιμος καὶ ταυτί˙

"φασὶν οἱ σοφοὶ τὴν ψυχὴν τὰ μὲν διὰ τοῦ σώματος αἰσθάνεσθαι, οἷον ἀκούουσαν, βλέπουσαν˙ τὰ δ' αὐτὴν καθ' αὑτὴν ἐνθυμεῖσθαι, μηδὲν τῶι σώματι χρωμένην. διὸ καὶ τῶν ὄντων τὰ μὲν αἰσθητὰ εἶναι, τὰ δὲ νοητά. ὧν ἕνεκα καὶ Πλάτων ἔλεγεν ὅτι δεῖ τοὺς συνιδεῖν τὰς τοῦ παντὸς ἀρχὰς ἐπιθυμοῦντας πρῶτον μὲν αὐτὰς καθ' αὑτὰς διελέσθαι τὰς ἰδέας, [I 197. 10 App.] οἷον ὁμοιότητα καὶ μονάδα καὶ πλῆθος καὶ μέγεθος καὶ στάσιν καὶ κίνησιν˙ δεύτερον αὐτὸ καθ' αὑτὸ τὸ καλὸν καὶ ἀγαθὸν καὶ δίκαιον καὶ τὰ τοιαῦτα ὑποθέσθαι. τρίτον τῶν ἰδεῶν συνιδεῖν ὅσαι πρὸς ἀλλήλας εἰσίν, οἷον ἐπιστήμην ἢ μέγεθος ἢ δεσποτείαν, ἐνθυμουμένους ὅτι τὰ παρ' ἡμῖν διὰ τὸ μετέχειν ἐκείνων ὁμώνυμα ἐκείναις ὑπάρχει˙ λέγω δὲ οἷον δίκαια μὲν ὅσα τοῦ δικαίου, καλὰ δὲ ὅσα τοῦ καλοῦ. [I 197. 15 App.] ἔστι δὲ τῶν εἰδῶν ἓν ἕκαστον ἀίδιόν τε καὶ νόημα καὶ πρὸς τούτοις ἀπαθές˙ διὸ καί φησιν [Parm. 132 D] ἐν τῆι φύσει τὰς ἰδέας ἑστάναι καθάπερ παραδείγματα, τὰ δ' ἄλλα ταύταις ἐοικέναι τούτων ὁμοιώματα καθεστῶτα. (13) ὁ τοίνυν Ἐ. περί τε τοῦ ἀγαθοῦ καὶ περὶ τῶν ἰδεῶν οὕτω λέγει˙

3 [171]. (14) - ἆρ' ἔστιν αὔλησίς τι πρᾶγμα; - πάνυ μὲν οὖν.
[I 197. 20 App.] - ἄνθρωπος οὖν αὔλησίς ἐστιν; - οὐθαμῶς.
- φέρ(ε) ἴδω, τί δ' αὐλητάς; τίς εἶμέν τοι δοκεῖ;
ἄνθρωπος, ἢ οὐ γάρ; - πάνυ μὲν οὖν. - οὐκ οὖν δοκεῖς
οὕτως ἔχειν 〈κα〉 καὶ περὶ τἀγαθοῦ; τὸ μὲν
ἀγαθὸν τὸ πρᾶγμ〈α〉 εἶμεν καθ' αὕθ'˙ ὅστις δέ κα
[I 197. 25 App.] εἰδῆι μαθὼν τῆν(ο), ἀγαθὸς ἤδη γίγνεται.
[I 198. 1 App.] ὥσπερ γάρ ἐστ' αὔλησιν αὐλητὰς μαθών
ἢ ὄρχησιν ὀρχηστάς τις ἢ πλοκεὺς πλοκάν,
ἢ πᾶν γ' ὁμοίως τῶν τοιούτων ὅ τι τὺ λῆις,
οὐκ αὐτὸς εἴη κα τέχνα, τεχνικός γα μάν.

(15) [I198.5 App.] Πλάτων ἐν τῆι περὶ τῶν ἰδεῶν ὑπολήψει [Phaed. 96 B] φησίν, εἴπερ ἔστι μνήμη, τὰς ἰδέας ἐν τοῖς οὖσιν ὑπάρχειν διὰ τὸ τὴν μνήμην ἠρεμοῦντός τινος καὶ μένοντος εἶναι˙ μένειν δὲ οὐδὲν ἕτερον ἢ τὰς ἰδέας. "τίνα γὰρ ἂν τρόπον, φησί, διεσώιζετο τὰ ζῶια μὴ τῆς ἰδέας ἐφαπτόμενα, καὶ πρὸς τοῦτο τὸν νοῦν φυσικῶς εἰληφότα; νῦν δὲ μνημονεύει [vgl. Parm. p. 129] τῆς ὁμοιότητος 〈γενέσεώς〉 τε [I 198. 10 App.] καὶ τροφῆς, ὁποία τίς ἐστιν αὐτοῖς, ἐνδεικνύμενα διότι πᾶσι τοῖς ζώιοις ἔμφυτός ἐστιν ἡ τῆς ὁμοιότητος θεωρία˙ διὸ καὶ τῶν ὁμοφύλων αἰσθάνεται". πῶς οὖν ὁ Ἐ.;

4. [172] (16) Εὔμαιε, τὸ σοφόν ἐστιν οὐ καθ' ἓν μόνον,
ἀλλ' ὅσσα περ ζῆι, πάντα καὶ γνώμαν ἔχει.
καὶ γὰρ τὸ θῆλυ τᾶν ἀλεκτορίδων γένος,
[I 198. 15 App.] αἰ λῆις καταμαθεῖν ἀτενές, οὐ τίκτει τέκνα
ζῶντ(α), ἀλλ' ἐπώιζει καὶ ποιεῖ ψυχὰν ἔχειν.
τὸ δὲ σοφὸν ἁ φύσις τόδ' οἶδεν ὡς ἔχει
μόνα˙ πεπαίδευται γὰρ αὐταύτας ὕπο.

καὶ πάλιν˙

5 [173]. [I 198. 20 App.] θαυμαστὸν οὐδὲν ἁμὲ ταῦθ' οὕτω λέγειν
καὶ ἁνδάνειν αὐτοῖσιν αὐτοὺς καὶ δοκεῖν
[I 199. 1 App.] καλῶς πεφύκειν˙ καὶ γὰρ ἁ κύων κυνί
κάλλιστον εἶμεν φαίνεται, καὶ βοῦς βοΐ,
ὄνος δ() ὄνωι κάλλιστον, ὗς δέ θην ὑί. [Vgl. 21 B 15]

(17) καὶ ταῦτα μὲν καὶ τὰ τοιαῦτα διὰ τῶν τεττάρων βιβλίων παραπήγνυσιν [I 199. 5 App.] ὁ Ἄλκιμος, παρασημαίνων τὴν ἐξ Ἐπιχάρμου Πλάτωνι περιγενομένην ὠφέλειαν. ὅτι δ' οὐδ' αὐτὸς Ἐ. ἠγνόει τὴν αὑτοῦ σοφίαν, μαθεῖν ἔστι κἀκ τούτων ἐν οἷς τὸν ζηλώσοντα προμαντεύεται˙

6 [254]. ὡς δ() ἐγὼ δοκέω - δοκέω γάρ; σάφα ἴσαμι τοῦθ', ὅτι
τῶν ἐμῶν μνάμα ποκ' ἐσσεῖται λόγων τούτων ἔτι.
[I 199. 10 App.] καὶ λαβών τις αὐτὰ περιδύσας τὸ μέτρον ὃ νῦν ἔχει,
εἷμα δοὺς καὶ πορφυροῦν, λόγοισι ποικίλας καλοῖς,
δυσπάλαιστος ὢν τὸς ἄλλως εὐπαλαίστους ἀποφανεῖ.