Transcription of 30-A,5
DOTTRINA

30 A 5. ARISTOT. de M. X. G. c. 1-2 ed. Diels [cfr. lo scritto di Aristotele Della dottrina di Melisso, un libro (DIOG. LAERT. V 25)].
c. 1. (1) Dice che se qualcosa esiste è eterna, dato che nulla può nascere dal nulla. Sia infatti che tutte le cose siano nate, sia che siano nate solo in parte, l'un caso e l'altro è impossibile, giacché esse nascendo nascerebbero dal nulla. Infatti, se nascono tutte, nulla esisterebbe in precedenza; se, esistendo alcune cose, ad esse se ne aggiungessero sempre delle altre, l'essere diventerebbe più e maggiore: ma ciò per cui diventerebbe più e maggiore nascerebbe dal nulla, perché nel meno non c'è il più 〈come〉 nel minore non c'è il maggiore. (2) Dal momento poi che è eterno, è infinito perché non ha principio da cui sia nato, né termine in cui divenendo sia una volta venuto a termine. (3) Se è tutto e infinito è 〈uno〉: se infatti fosse due o più essi avrebbero limite gli uni negli altri. (4) Se è uno è del tutto omogeneo: se infatti non fosse omogeneo essendo molteplice non sarebbe più uno, ma molti. (5) Se è eterno e infinito e del tutto omogeneo, l'uno è immobile; infatti non può essere mosso se non procede verso qualche cosa: ma è necessario che proceda o andando nel pieno o andando nel vuoto, dei quali l'uno non lo può accogliere, l'altro non è nulla. (6) Tale essendo l'uno, non soffre né dolore né pena ed è sano e privo di mali e non assume un'altra disposizione nelle sue parti, né cambia aspetto né si mescola ad altro: infatti per tutto questo l'uno diventerebbe per forza molteplice e dovrebbe formarsi il non essere e l'essere dovrebbe distruggersi; ma tutto ciò è impossibile. (7) Infatti, se con la parola mescolarsi si vuol dire che l'uno deriva dai molti, le cose sarebbero molte e si muoverebbero le une nelle altre e inoltre la mescolanza sarebbe o una riunione dei molti in uno o, mediante disposizione alternata, una sovrapposizione degli elementi della mescolanza. Ora, nel primo caso si vedrebbe che la mescolanza è formata di elementi separati, nel caso invece della sovrapposizione, mediante sfregamento si vedrebbe, togliendo sempre la parte superficiale, la disposizione a strati della mescolanza. Invece non si verifica né l'una né l'altra alternativa. (8) In questi modi soltanto egli riteneva che le cose potessero essere molte e tali apparire a noi, cosicché, siccome così non è possibile, neppure è possibile che le cose siano molte, ma tali appaiono non rettamente. Ci si presentano infatti anche molte altre apparenze per via dei sensi; invece il ragionamento non può ammettere né che queste cose avvengano, né che l'essere sia molteplice, ma dimostra al contrario che è uno e eterno e infinito e del tutto omogeneo esso stesso con se stesso. (9) Ora, è vero o no che bisogna innanzi tutto non cominciare con l'accogliere ogni opinione, ma quelle che sono più salde di ogni altra? Allora se tutte le opinioni non sono rette, neppure forse conviene accettare questa convinzione, 〈che〉 mai nulla può venire dal nulla. Anche questa infatti è una opinione, e precisamente una di quelle non rette che noi abbiamo formulato in termini assoluti sulla base di certe esperienze di molti casi particolari. (10) Ma se le cose che ci appaiono non sono tutte false, ma ci sono anche tra queste delle rette opinioni, queste appunto bisogna accogliere dopo aver mostrato o che sono tali o che sono quelle che più di ogni altra sembrano rette; ed esse saranno per forza sempre più salde che non quelle che dovranno essere ammesse partendo da quei ragionamenti. (11) Infatti, se anche ci fossero due opinioni tra loro contrarie, come egli ritiene (se c'è la molteplicità dice che è necessario che essa derivi dal non essere; se questo non è possibile gli enti non sono molti: infatti se qualcosa esiste essendo ingenerato è infinito: ma se è così è anche uno), quando venga da noi attribuito all'una e all'altra p〈remessa〉 lo stesso grado di c〈redibilità〉, non si dimostra per nulla più che sia uno piuttosto che molti. Se invece una delle due è più sicura le sue conseguenze sono più dimostrate. (12) Ora, noi ci troviamo ad avere l'una e l'altra di queste opinioni: che nulla può venire dal nulla 〈e che〉 gli enti sono molteplici e mossi. Delle due questa è la più credibile, e con maggiore facilità che non quella tutti ammetterebbero quest'opinione. Cosicché anche concessa la contraddittorietà delle due proposizioni e che sia impossibile la nascita dal non essere e che le cose non siano molte, le due tesi verrebbero a confutarsi a vicenda. (13) Ma che ragione c'è di preferire la tesi di Melisso? Certo si potrebbero anche portare degli argomenti in contrario. Perché argomenta senza mostrare che è retta opinione quella dalla quale parte, e senza assumere qualcosa di più saldo della tesi che confuta. Infatti si è più inclinati a ritenere verosimile la nascita dal non essere che non la negazione della molteplicità. (14) Si sostiene vigorosamente in favore di questa tesi e che ciò che non è nasce e inoltre che molte cose nascono da ciò che non è, e questo l'ha detto non della gente qualsiasi, ma anche alcuni di coloro che vengono giudicati sapienti. (15) Per esempio, Esiodo dice [theog. 116, 117, 120]:
Di ogni cosa primo fu il Caos, poi la terra dall'ampio petto di ogni cosa sede eternamente inconcussa, ed Eros che tra tutti gli immortali si distingue.
E dice che le altre cose sono nate 〈da questo〉, ma questo dal nulla. Ci sono anche molti altri che sostengono che nulla è, ma che tutto diviene, affermando con questo che ciò che diviene non viene dall'essere: difatti, in caso diverso non potrebbero più affermare che tutto diviene. Cosicché questo è chiaro che alcuni almeno pensano che ci sia anche nascita dal non essere.
c. 2. (1) Non è il caso di lasciar da parte se quello che dice è possibile o impossibile e di indagare invece se è conseguenza rigorosa delle premesse o se nulla vieta che la cosa stia anche in altro modo? Giacché par proprio che si tratti di indagini diverse. (2) E posta come premessa quella che egli assume, che nulla cioè possa venire dal non essere, è proprio necessario che tutto sia ingenerato, o nulla impedisce che una cosa sia nata da un'altra e che tale processo vada all'infinito? (3) O si dà una reversione circolare per cui una cosa è nata da un'altra di modo che così sempre esiste qualche cosa in precedenza e le cose derivano ininterrottamente le une dalle altre? (4) In questo modo si renderebbe possibile il generarsi di tutte le cose pur restando fermo il principio che nulla viene dal nulla, e, posto che siano infinite, nulla impedisce di attribuire loro quei predicati che secondo Melisso accompagnano l'uno. All'infinito infatti anche lui applica i predicati: «è tutte le cose» ed: «è detto tutte le cose». E d'altra parte nulla vieta, se non sono infinite, che la loro genesi si svolga in circolo. (5) Inoltre, se tutte le cose divengono e nulla è come dicono alcuni, come potrebbero essere eterne? Perché il fatto di avere una determinazione implica l'esistenza e la stabilità. Se infatti - dice - non nacque ma è, deve essere eterno, in quanto ritiene che l'essere appartenga necessariamente alle cose. (6) Inoltre, se anche di necessità il non essere non può nascere, né l'essere perire, tuttavia che cosa impedisce che alcune delle cose siano generate e le altre eterne, come dice anche Empedocle [31 B 12]? Difatti, benché egli sia d'accordo in tutto questo, che «nascita dal non essere non è possibile, e che l'essere perisca è ineffettuabile e inattuabile, perché si deve essere sempre dove poter sempre poggiare», tuttavia degli enti alcuni dice che sono eterni (e cioè fuoco acqua terra e aria) e che gli altri invece nascono e sono nati da questi. (7) Giacché, egli pensa, non vi è altra generazione degli esseri, «ma solo mescolanza e spostamento nella mescolanza; nascita è solo un termine usato dagli uomini» [B 8, 3-4]. (8) Il nascere, per le cose eterne e per l'essere, dice che non avviene secondo la sostanza, dal momento che questo appunto riteneva impossibile; come infatti, dice, «qualcosa potrebbe accrescere il tutto? e di dove verrebbe» [31 B 17, 32]? Invece con la mescolanza e la combinazione del fuoco e degli altri elementi nascono le cose molteplici, con lo spostamento e la separazione di nuovo si corrompono. Esse sono molteplici per mescolanza, ma per natura sono quattro (escluse le cause agenti) oppure uno. (9) Oppure, se anche fossero senz'altro infiniti gli elementi con la cui composizione si dà nascita e dalla cui scomposizione si dà morte, come si dice che abbia sostenuto anche Anassagora che ciò che nasce nasce da elementi che sempre sono e sono infiniti, anche così non sarebbero eterne tutte le cose; ma alcune cose nascerebbero da altre che sono e si corromperebbero in altre sostanze. (10) Inoltre nulla impedisce che il tutto abbia un solo aspetto determinato, come dicono anche Anassimandro e Anassimene, - l'uno sostenendo che il tutto è acqua, l'altro, Anassimene, che è aria - e quanti altri hanno ritenuto che fosse uno il tutto, e che esso mediante figura e quantità maggiore e minore e divenendo raro o denso, possa costituire molte e anzi infinite cose che sono e che nascono. (11) Anche Democrito dice che l'acqua e l'aria e ciascuna delle cose molteplici, pur essendo una stessa cosa, differiscono per forma. (12) Che cosa allora impedisce che anche il molteplice nasca e perisca così, con la trasformazione dell'uno, dall'essere sempre nell'essere, mediante le differenziazioni sopra dette e senza che il tutto diventi per nulla maggiore o minore? Inoltre che cosa mai impedisce che i corpi nascano da altri corpi e si dissipino in corpi e così sempre dissolvendosi, nella stessa maniera, di nuovo nascano e periscano? (13) Ma se anche si accettassero queste sue affermazioni e l'essere fosse e fosse ingenerato, è un argomento questo a favore dell'infinità? Perché dice che è infinito, se è e non è nato, giacché principio e fine sono i limiti del crescere. (14) Tuttavia, da quanto si è detto, che cosa impedisce che essendo ingenerato abbia limite? Qualora infatti fosse nato egli ritiene che avrebbe quel principio dal quale ha cominciato a nascere; che cosa impedisce che abbia un principio anche se non è nato, non già certo un principio da cui sia nato, ma un altro e che gli enti pur essendo eterni si limitino reciprocamente? (15) Inoltre che cosa impedisce che il tutto ingenerato sia infinito, e che invece le cose che in lui nascono siano limitate, avendo principio e fine del loro nascere? Ancora, come anche dice Parmenide, che cosa impedisce che il tutto pur essendo uno e ingenerato, sia anche «da ogni parte simile etc.» [28 B 8, vv. 43-45]. (16) Dal momento che ha mezzo e estremi, ha limite pur essendo ingenerato, dal momento che se anche, come dice egli stesso, è uno e quest'uno è corpo, ha in se stesso delle parti che però sono tutte uguali. (17) E infatti in questo senso dice che il tutto è uguale, non nel senso che è uguale ad altra cosa (è concetto confutato da Anassagora questo che l'infinito è uguale: infatti ciò che è uguale è uguale ad altro, cosicché l'essere essendo due o più non sarebbe né uno né infinito), ma forse vuole indicare l'uguaglianza di sé con sé e dice che il tutto è uguale in sé perché costituito di parti uguali, cioè che è tutto acqua o terra o altra cosa del genere. (18) È chiaro infatti che egli ritiene che l'essere sia uno in questo senso e allora ciascuna delle parti essendo corpo non è infinita: infinito è infatti il tutto. Di modo che queste parti si limitano le une con le altre pur essendo ingenerate. (19) Inoltre, se è eterno e infinito come potrebbe essere uno, dal momento che è corpo? Se infatti fosse una 〈delle〉 cose non omogenee sarebbe molti ed egli stesso lo riterrebbe tale; se invece è tutto acqua o tutto terra o quella qualunque cosa che questo essere è, avrebbe molte parti (anche Zenone si dà a dimostrare che è così ciò che è uno in questo modo); ci sarebbe dunque in lui una certa molteplicità di parti, le une più grandi e <le altre> più piccole tra di loro, di modo che in tal modo l'essere sarebbe del tutto diverso senza aggiunzione né sottrazione di altri corpi. (20) Se poi non ha né corporeità né lunghezza né larghezza di sorta, come l'infinito sarebbe uno? Che cosa impedisce che esseri di tal sorta siano molti, innumerevoli? (21) 〈Inoltre〉 che cosa impedisce che essendo più di uno siano infiniti per grandezza? Così anche Senofane [21 A 47] dice che è infinita la profondità della terra e dell'aria. Tale atteggiamento è indicato anche da Empedocle: infatti, come se alcuni sostenessero questa tesi, egli fa il rimprovero che è impossibile che essendo molteplici possano essere infiniti [31 B 39]:

Se proprio è infinita la profondità della terra e copioso è l'etere, parole dette alla leggera che sono sfuggite dalla bocca di molti mortali che poco hanno visto del tutto.

(22) Inoltre, se anche è uno, non c'è niente di strano se non è in tutto omogeneo. Se infatti è tutto acqua o fuoco o un altro qualsiasi degli elementi, nulla vieta che si attribuiscano a ciò che è uno più forme ciascuna per sé simile a se stessa. (23) Poi nulla vieta che l'essere per una parte sia rado e per l'altra denso, pur non essendoci il vuoto nel raro. Infatti nel raro non è che ci sia in alcune parti separatamente a sé il vuoto, in modo che una parte del tutto sia densa e 〈l'altra non densa〉 (ciò che è in quest'ultimo modo, questo è già rado), ma essendo tutto ugualmente pieno è ugualmente meno pieno del denso. (24) Ancora, se anche esiste 〈ed〉 è ingenerato, e con ciò fosse posta la sua infinità e l'impossibilità di mutarsi, perché anche lo si dovrebbe dichiarare senz'altro uno e immobile? *** (25) Dice che è immobile se il vuoto non esiste: tutto infatti si muove per cambiamento di luogo. (26) Innanzi tutto, molti non son convinti di questo, ma ritengono che ci sia un vuoto; non già, beninteso, che ritengano che esso sia un corpo, ma nel senso di Esiodo, quando dice che nella genesi fu primo il caos, esprimendo l'esigenza che prima vi debba essere uno spazio per gli enti; tale è anche il vuoto, un recipiente, per così dire, 〈di cui〉 ricerchiamo 〈il〉 contenuto. (27) Ma anche ammesso che non ci sia il vuoto, nondimeno può esserci il movimento. Difatti anche Anassagora, trattando l'argomento del vuoto e non bastandogli di affermare soltanto che non esiste, dice nondimeno che gli enti si muovono pur non esistendo il vuoto. (28) Analogamente anche Empedocle sostiene che gli enti sempre si muovono separandosi continuamente per tutto il tempo, ma che non esiste 〈il vuoto〉, dicendo così: «Nel tutto non vi è vuoto alcuno: di dove dunque qualcosa potrebbe sopravvenire?» [31 B 14]. E quando il tutto sia adunato in un'unica forma, in modo da essere uno: «Nulla - dice - è il vuoto, né lo strapieno» [31 B 13]. (29) Che cosa infatti impedisce che si muovano gli uni verso gli altri e che ciascuno prenda il posto di un altro, e questo quello di un altro e un altro il posto del primo, in un movimento continuo? (30) Quel cambiamento di aspetto che si compie rimanendo la cosa nello stesso luogo e che gli altri e lui stesso chiamano alterazione, che cosa, di quanto ha detto, gli impedisce di attribuirlo alle cose, quando, per esempio, dal bianco viene il nero e dal dolce l'amaro? Giacché non vieta per nulla la trasformazione il fatto che non esiste il vuoto e che il pieno non dà ricetto. (31) Cosicché non è necessario né che sia tutto quanto eterno né infinito né uno né uguale né immobile; e questo, tanto se è uno, quanto se è una molteplicità qualsiasi. Posto questo, nulla di quanto egli dice vieta che l'essere cambi disposizione o si alteri: nell'ipotesi che sia uno il tutto, essendoci il moto, col diversificarsi mediante il più e il meno e con l'alterarsi pur senza che gli si aggiunga un corpo o gli si sottragga; nell'ipotesi che sia molti, con l'unione e la disunione dei molti gli uni con gli altri. (32) Infatti non è verisimile che la mescolanza sia né quella sovrapposizione né quella composizione che dice, in modo che i componenti siano senz'altro distinti o anche, mediante raschiamento, quei componenti che stanno davanti ad altri diversi appaiono distinti da questi. E' verisimile invece che gli elementi siano collocati nella sintesi in modo che ciascuna particella di ciò che entra nella mescolanza sia unita ad ogni particella a cui viene mescolata, in modo tale che non si possano individuare nella composizione, ma solo mescolate, e neppure vedere quanto siano numerose le parti. Difatti, dal momento che non c'è un corpo minimo, ogni parte si mescola ad ogni parte allo stesso modo che il tutto.

LEHRE

30 A 5. ARISTOT. q. f. de Melisso Xenophane Gorgia c. 1-2 nach d. Ausg. von Diels [I 259. 35] Abh. d. Berl. Ak. 1900 [vgl. des Aristoteles Schrift Πρὸς τὰ Μελίσσου α̅ DIOG. V 25].

[ΑΡΙΣΤΟΤΕΛΟΥΣ] ΠΕΡΙ ΜΕΛΙΣΣΟΥ [974a. 1 App.]

Ed. Bekker 974a
c. 1. (1) Ἀίδιον εἶναί φησιν εἴ τι ἔστιν, εἴπερ μὴ ἐνδέχεσθαι γενέσθαι μηδὲν ἐκ μηδενός˙ εἴτε γὰρ ἅπαντα γέγονεν εἴτε μὴ
[I 259. 40] πάντα, ἀίδια ἀμφοτέρως˙ ἐξ οὐδενὸς γὰρ γενέσθαι ἂν αὐτὰ γιγνόμενα. [974a. 5 App.] ἁπάντων τε γὰρ γιγνομένων οὐδὲν 〈ἂν〉 προϋπάρχειν˙ εἴτ' ὄντων τινῶν ἀεὶ ἕτερα προσγίγνοιτο, πλέον ἂν καὶ μεῖζον τὸ ὂν γεγονέναι˙ ὧι δὲ πλέον καὶ μεῖζον, τοῦτο γενέσθαι ἂν ἐξ οὐδενός˙ 〈ἐν〉 τῶι γὰρ ἐλάττονι τὸ πλέον, 〈ὡς〉 οὐδ' ἐν τῶι μικροτέρωι τὸ μεζον, οὐχ ὑπάρχειν. (2) ἀίδιον δὲ ὂν ἄπειρον εἶναι, ὅτι [974a. 10 App.] οὐκ ἔχει ἀρχὴν ὅθεν ἐγένετο, οὐδὲ τελευτὴν εἰς ὃ γιγνόμενον ἐτελεύτησέ ποτε. (3) πᾶν δὲ καὶ ἄπειρον ὂν 〈ἓν〉 εἶναι˙ εἰ γὰρ δύο ἢ πλέω εἴη, πέρατ' ἂν εἶναι ταῦτα πρὸς ἄλληλα. (4) ἓν δὲ ὂν ὅμοιον εἶναι πάντη˙ εἰ γὰρ ἀνόμοιον, πλείω ὄντα οὐκ ἂν ἔτι ἓν εἶναι, ἀλλὰ πολλά. (5) ἀίδιον δὲ ὂν ἄμετρόν τε [974a. 15 App.] καὶ ὅμοιον πάντη ἀκίνητον εἶναι τὸ ἕν˙ οὐ γὰρ ἂν κινηθῆναι μὴ εἴς τι ὑποχωρῆσαν. ὑποχωρῆσαι δὲ ἀνάγκην εἶναι ἤτοι εἰς πλῆρες ἰὸν ἢ εἰς κενόν˙ τούτων δὲ τὸ μὲν οὐκ ἂν δέξασθαι [τὸ πλῆρες], τὸ δὲ οὐκ εἶναι οὐδέν [ἢ τὸ κενόν]. (6) τοιοῦτον δὲ ὂν τὸ ἓν ἀνώδυνόν τε καὶ ἀνάλγητον ὑγιές τε καὶ ἄνοσον [974a. 20 App.] εἶναι οὔτε μετακοσμούμενον θέσει οὔτε ἑτεροιούμενον εἴδει οὔτε μιγνύμενον ἄλλωι˙ κατὰ πάντα γὰρ ταῦτα πολλά τε τὸ ἓν γίγνεσθαι καὶ τὸ μὴ ὂν τεκνοῦσθαι καὶ τὸ ὂν φθείρεσθαι ἀναγκάζεσθαι˙ ταῦτα δὲ ἀδύνατα εἶναι. (7) καὶ γὰρ εἰ τῶι μεμῖχθαι τὸ ἓν ἐκ πλειόνων λέγοιτο, καὶ εἴη πολλά [974a. 25 App.] τε καὶ κινούμενα εἰς ἄλληλα τὰ πράγματα, καὶ ἡ μίξις ἢ ὡς ἐν ἑνὶ σύνθεσις εἴη τῶν πλειόνων ἢ τῆι ἐπαλλάξει οἷον ἐπιπρόσθησις γίγνοιτο τῶν μιχθέντων˙ ἐκείνως μὲν ἂν διάδηλα χωριζόντων εἶναι τὰ μιχθέντα, ἐπιπροσθήσεως δ' οὔσης ἐν τῆι τρίψει γίγνεσθαι ἂν ἕκαστα φανερὰ ἀφαιρουμένων [974b. 1 App.] τῶν πρώτων τὰ ὑπ' ἄλληλα τεθέντα τῶν μιχθέντων˙ ὧν οὐδέτερον συμβαίνειν. (8) διὰ τούτων δὲ τῶν τρόπων κἂν εἶναι πολλὰ κἂν ἡμῖν ὤιετο φαίνεσθαι μόνως. ὥστε ἐπειδὴ οὐχ οἷόν τε οὕτως, οὐδὲ πολλὰ δυνατὸν εἶναι τὰ ὄντα, ἀλλὰ [974b. 5 App.] ταῦτα δοκεῖν οὐκ ὀρθῶς. πολλὰ γὰρ καὶ ἄλλα κατὰ τὴν αἴσθησιν φαντάζεσθαι [ἀπατᾶν]˙ λόγον δ' οὔτ' ἐκεῖν' αἱρεῖν, ταῦτα γίγνεσθαι, οὔτε πολλὰ εἶναι τὸ ὄν, ἀλλὰ ἓν ἀίδιόν τε καὶ ἄπειρον καὶ πάντη ὅμοιον αὐτὸ αὑτῶι. (9) ἆρ' οὖν δεῖ πρῶτον μὲν μὴ πᾶσαν λαβόντα δόξαν ἄρχεσθαι, ἀλλ' αἳ μάλιστά [974b. 10 App.] εἰσι βέβαιοι; ὥστ' εἰ μὲν ἅπαντα τὰ δοκοῦντα μὴ ὀρθῶς ὑπολαμβάνεται, οὐθὲν ἴσως προσήκει οὐδὲ τούτωι προσχρῆσθαι τῶι δόγματι, 〈ὅτι〉 οὐκ ἄν ποτε οὐδὲν γένοιτο ἐκ μηδενός. μία γάρ τίς ἐστι δόξα, καὶ αὕτη τῶν οὐκ ὀρθῶν, ἣν ἐκ τοῦ αἰσθάνεσθαί πως ἐπὶ πολλῶν πάντως ὑπειλήφαμεν. (10) εἰ δὲ [974b. 15 App.] μὴ ἅπαντα ψευδῆ τὰ ἡμῖν φαινόμενα, ἀλλά τινές εἰσι καὶ τούτων ὀρθαὶ ὑπολήψεις, ἢ ἐπιδείξαντα, ὅτι αὗται τοιαῦται, ἢ τὰς μάλιστα δοκούσας ὀρθάς, ταύτας ληπτέον˙ ἃς ἀεὶ βεβαιοτέρας εἶναι δεῖ ἢ αἳ μέλλουσιν ἐξ ἐκείνων τῶν λόγων δειχθήσεσθαι. (11) εἰ γὰρ καὶ εἶεν δύο δόξαι ὑπεναντίαι [974b. 20 App.] ἀλλήλαις, ὥσπερ οἴεται (εἰ μὲν πολλά, γενέσθαι φησὶν ἀνάγκην εἶναι ἐκ μὴ ὄντων˙ εἰ δὲ τοῦτο μὴ οἷόν τε, οὐκ εἶναι τὰ ὄντα πολλά˙ ἀγένητον γὰρ ὄν, εἴ τι ἔστιν, ἄπειρον εἶναι. εἰ δ' οὕτως, καὶ ἕν), ὁμοίως μὲν δὴ ἡμῖν ὁ〈μολογουμένων〉 ἀμφοτέρων
π〈ροτάσεων〉
οὐδὲν μᾶλλον, ὅτι ἓν ἢ ὅτι πολλά, δείκνυται. εἰ δὲ βέβαιος
[974b. 25 App.] μᾶλλον ἡ ἑτέρα, τἀπὸ ταύτης ξυμπερανθέντα μᾶλλον δέδεικται. (12) τυγχάνομεν δὲ ἔχοντες ἀμφοτέρας τὰς ὑπολήψεις [974b. 27] ταύτας, καὶ ὡς ἂν οὐ γένοιτ' ἂν οὐδὲν ἐκ μηδενὸς [ὄντος] [974b. 27a] 〈καὶ ὡς〉 πολλά τε καὶ κινούμενά [μέν] ἐστι τὰ ὄντα. ἀμφοῖν δὲ πιστὴ μᾶλλον αὕτη, καὶ θᾶττον ἂν πρόοιντο πάντες ταύτης ἐκείνην τὴν δόξαν. ὥστ' εἰ και συμβαίνοι ἐναντίας [975a. 1] εἶναι τὰς φάσεις, καὶ ἀδύνατον γίγνεσθαί τε ἐκ μὴ ὄντος καὶ μὴ πολλὰ εἶναι τὰ πράγματα, ἐλέγχοιτο μὲν ἂν ὑπ' ἀλλήλων ταῦτα. (13) ἀλλὰ τί μᾶλλον οὕτως ἂν ἔχοι; ἴσως τε κἂν φαίη τις τούτοις τἀναντία. οὔτε γὰρ δείξας ὅτι [975a. 5 App.] ὀρθὴ δόξα, ἀφ' ἧς ἄρχεται, οὔτε μᾶλλον βέβαιον ἢ περὶ ἧς δείκνυσι λαβών, διελέχθη. μᾶλλον γὰρ ὑπολαμβάνεται εἰκὸς εἶναι γίγνεσθαι ἐκ μὴ ὄντος ἢ μὴ πολλὰ εἶναι. (14) λέγεταί τε καὶ σφόδρα ὑπὲρ αὐτῶν γίγνεσθαί τε τὰ μὴ ὄντα, καὶ δὴ γεγονέναι πολλὰ ἐκ μὴ ὄντων, καὶ οὐχ ὅτι [975a. 10] οἱ τυγχάνοντες, ἀλλὰ καὶ τῶν δοξάντων τινὲς εἶναι σοφῶν εἰρήκασιν. (15) αὐτίκα δ' Ἡσίοδος 'πάντων μὲν πρῶτον, φησί, Χάος ἐγένετο, αὐτὰρ ἔπειτα Γαῖα εὐρύστερνος, πάντων ἕδος ἀσφαλὲς αἰεὶ ἠδ' Ἔρος, ὃς πάντεσσι μεταπρέπει ἀθανάτοισι' [Theog. 116. 117. 120]. τὰ δ' ἄλλα φησὶ γενέσθαι 〈ἐκ τούτων〉, ταῦτα
δὲ ἐξ οὐδενός. πολλοὶ
[975a. 15] δὲ καὶ ἕτεροι εἶναι μὲν οὐδέν φασι, γίγνεσθαι δὲ πάντα, [975a. 16 App.] λέγοντες οὐκ ἐξ ὄντων γίγνεσθαι τὰ γιγνόμενα. οὐδὲ [975a. 16a] γὰρ ἂν ἔτι αὐτοῖς ἅπαντα γίγνοιτο. ὥστε τοτο μὲν δῆλον, ὅτι ἐνίοις γε δοκεῖ καὶ ἐξ οὐκ ὄντων ἂν γενέσθαι.
c. 2. (1) ἀλλ' ἆρα, εἰ μὲν δυνατά ἐστιν ἢ ἀδύνατα ἃ λέγει, ἐατέον, τὸ δὲ πότερον συμπεραίνεται αὐτὰ ἐξ ὧν λαμβάνει,
[975a. 20 App.] ἢ οὐδὲν κωλύει καὶ ἄλλως ἔχειν, ἱκανὸν σκέψασθαι; ἕτερον γὰρ ἄν τι τοῦτ' ἴσως ἐκείνου εἴη. (2) καὶ πρώτου τεθέντος, ὃ πρῶτον λαμβάνει, μηδὲν γενέσθαι ἂν ἐκ μὴ ὄντος, ἆρα ἀνάγκη ἀγένητα ἅπαντα εἶναι, ἢ οὐδὲν κωλύει γεγονέναι ἕτερα ἐξ ἑτέρων, καὶ τοῦτο εἰς ἄπειρον ἰέναι; (3) ἢ καὶ ἀνακάμπτειν [975a. 25 App.] κύκλωι, ὥστε τὸ ἕτερον ἐκ τοῦ ἑτέρου γεγονέναι, ἀεί τε οὕτως ὄντος τινὸς καὶ ἀπειράκις ἑκάστων γεγενημένων ἐξ ἀλλήλων; (4) ὥστε οὐδὲν ἂν κωλύοι τὸ ἅπαντα γεγονέναι κειμένου τοῦ μηδὲν γενέσθαι ἂν ἐκ μὴ ὄντος, καὶ ἄπειρα ὄντα πρὸς ἐκεῖνον προσαγορεῦσαι οὐδὲν κωλύει τῶν τῶι [975a. 30 App.] ἑνὶ ἑπομένων ὀνομάτων. τὸ ἅπαντα γὰρ εἶναι καὶ λέγεσθαι καὶ ἐκεῖνος τῶι ἀπείρωι προσάπτει. οὐδέν τε κωλύει, καὶ μὴ ἀπείρων ὄντων, κύκλωι αὐτῶν εἶναι τὴν γένεσιν. (5) ἔτι εἰ ἅπαντα γίγνεται, ἔστι δὲ οὐδέν, ὥς τινες λέγουσι, πῶς ἂν ἀίδια εἴη; ἀλλὰ γὰρ τοῦ μὲν εἶναί τι ὡς ὄντος καὶ [975a. 35 App.] κειμένου διαλέγεται. εἰ γάρ, φησί, μὴ ἐγένετο, ἔστιν δέ, ἀίδιον ἂν εἴη, ὡς δέον ὑπάρχειν τὸ εἶναι τοῖς πράγμασιν. (6) ἔτι εἰ καὶ ὅτι μάλιστα μήτε τὸ μὴ ὂν ἐνδέχεται γενέσθαι μήτε ἀπολέσθαι τὸ [μὴ ] ὄν, ὅμως τί κωλύει τὰ μὲν γενόμενα αὐτῶν εἶναι, τὰ δ' ἀίδια, ὡς καὶ Ἐμπεδοκλῆς [31 B 12] λέγει; [975b. 1 App.] ἅπαντα γὰρ κἀκεῖνος ταῦτα ὁμολογήσας, ὅτι "ἔκ τε οῦ μὴ ὄντος ἀμήχανόν ἐστι γενέσθαι, τό τε ὂν ἐξόλλυσθαι ἀνήνυστον καὶ ἄπρηκτον, ἀεὶ γὰρ τῆ γ' ἔσται, ὅπη κέ τις αἰὲν ἐρείδηι", ὅμως τῶν ὄντων τὰ μὲν ἀίδιά φησιν εἶναι, πῦρ [975b. 5 App.] καὶ ὕδωρ καὶ γῆν καὶ ἀέρα, τὰ δ' ἄλλα γίγνεσθαί τε καὶ γεγονέναι ἐκ τούτων. (7) οὐδεμία γὰρ ἑτέρα, ὡς οἴεται, γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσιν, "ἀλλὰ μόνον μίξις τε διάλλαξίς τε μιγέντων ἐστί˙ φύσις δ' ἐπὶ τοῖς ὀνομάζεται ἀνθρώποισιν" [B 8, 3-4]. (8) τὴν δὲ γένεσιν οὐ πρὸς οὐσίαν τοῖς ἀιδίοις καὶ τῶι ὄντι γίγνεσθαι λέγει, [975b. 10 App.] ἐπεὶ τοῦτό γε ἀδύνατον ὤιετο. πῶς γὰρ ἄν, φησί, καὶ "ἐπαυξήσειε τὸ πᾶν τί τε καὶ πόθεν ἐλθόν" [31 B 17, 32]; ἀλλὰ μισγομένων τε καὶ συντιθεμένων πυρὸς καὶ τῶν μετὰ πυρὸς γίγνεσθαι τὰ πολλά, διαλλαττομένων τε καὶ διακρινομένων φθείρεσθαι πάλιν, καὶ εἶναι τῆι μὲν μίξει πολλά ποτε [975b. 15 App.] καὶ τῆι διακρίσει, τῆι δὲ φύσει τέτταρα ἄνευ τῶν αἰτίων ἢ ἕν. (9) ἢ εἰ καὶ ἄπειρα εὐθὺς ταῦτα εἴη, ἐξ ὧν συντιθεμένων γίγνεται, διακρινομένων δὲ φθείρεται, ὡς καὶ τὸν Ἀναξαγόραν φασί τινες λέγειν ἐξ ἀεὶ ὄντων καὶ ἀπείρων τὰ γιγνόμενα γίγνεσθαι, κἂν οὕτως οὐκ ἂν εἴη ἀίδια πάντα, ἀλλὰ [975b. 20 App.] καὶ γιγνόμενα ἄττα καὶ γενόμενά τ' ἐξ ὄντων καὶ φθειρόμενα εἰς οὐσίας τινὰς ἄλλας. (10) ἔτι οὐδὲν κωλύει μίαν τινὰ οὖσαν τὸ πᾶν μορφήν, ὡς καὶ ὁ Ἀναξίμανδρος καὶ ὁ Ἀναξιμένης λέγουσιν, ὁ μὲν ὕδωρ εἶναι φάμενος τὸ πᾶν, ὁ δέ, ὁ Ἀναξιμένης, ἀέρα, καὶ ὅσοι ἄλλοι οὕτως εἶναι τὸ [975b. 25 App.] πᾶν ἓν ἠξιώκασιν, τοῦτο ἤδη σχήμασί τε καὶ πλήθει καὶ ὀλιγότητι, καὶ τῶι μανὸν ἢ πυκνὸν γίγνεσθαι, πολλὰ καὶ ἄπειρα ὄντα τε καὶ γιγνόμενα ἀπεργάζεσθαι, τὸ ὅλον. (11) φησὶ δὲ καὶ ὁ Δημόκριτος τὸ ὕδωρ τε καὶ τὸν ἀέρα ἕκαστόν τε τῶν πολλῶν, ταὐτὸ ὄν, ῥυθμῶι διαφέρειν. (12) τί δὴ κλύει καὶ [975b. 30] οὕτως τὰ πολλὰ γίγνεσθαί τε καὶ ἀπόλλυσθαι, ἐξ ὄντος ἀεὶ εἰς ὂν μεταβάλλοντος ταῖς εἰρημέναις διαφοραῖς τοῦ ἑνός, καὶ οὐδὲν οὔτε πλέονος οὔτε ἐλάττονος γιγνομένου τοῦ ὅλου; ἔτι τί κωλύει ποτὲ μὲν ἐξ ἄλλων τὰ σώματα γίγνεσθαι [975b. 33a App.] καὶ διαλύεσθαι εἰς σώματα, οὕτως δ' ἀεὶ ἀναλυόμενα κατ' ἴσα γίγνεσθαί τε καὶ ἀπόλλυσθαι πάλιν; (13) εἰ δὲ καὶ ταῦτά τις [975b. 35 App.] συγχωροίη, καὶ εἴη τε καὶ ἀγένητον εἴη, τί μᾶλλον ἄπειρον δείκνυται; ἄπειρον γὰρ εἶναί φησιν, εἰ ἔστι μέν, μὴ γέγονε δέ˙ πέρατα γὰρ εἶναι τὴν τῆς γενέσεως ἀρχήν τε καὶ τελευτήν. (14) καίτοι τί κωλύει ἀγένητον ὂν ἔχειν πέρας ἐκ τῶν εἰρημένων; εἰ γὰρ ἐγένετο, ἀρχὴν ἔχειν ἀξιοῖ ταύτην [976a. 1 App.] ὅθεν ἤρξατο γιγνόμενον. τί δὴ κωλύει, καὶ εἰ μὴ ἐγένετο, ἔχειν ἀρχήν, οὐ μέντοι γε ἐξ ἧς γε ἐγένετο, ἀλλὰ καὶ ἑτέραν, καὶ εἶναι περαίνοντα πρὸς ἄλληλα ἀίδια ὄντα; (15) ἔτι τί κωλύει τὸ μὲν ὅλον ἀγένητον ὂν ἄπειρον εἶναι, τὰ [976a. 5] δὲ ἐν αὐτῶι γιγνόμενα πεπεράνθαι, ἔχοντα ἀρχὴν καὶ τελευτὴν γενέσεως; ἔτι καὶ ὡς ὁ Παρμενίδης φησί, τί κωλύει καὶ τὸ πᾶν ἓν ὂν καὶ ἀγένητον ὅμως πεπεράνθαι, καὶ εἶναι "πάντοθεν εὐκύκλου σφαίρας ἐναλίγκιον ὄγκωι, μεσσόθεν ἰσοπαλὲς πάντη˙ τὸ γὰρ οὔτε τι μεῖζον οὔτε τι βαιότερον [976a. 10 App.] πελέμεν χρεών ἐστι τῆ ἢ τῆ" [28 B 8, vv. 43-45]. (16) ἔχον δὲ μέσον καὶ ἔσχατα, πέρας ἔχει ἀγένητον ὄν, ἐπεὶ εἰ καί, ὡς αὐτὸς λέγει, ἕν ἐστι, καὶ τοῦτο σῶμα, ἔχει ἄλλα ἑαυτοῦ μέρη, τὰ δὲ ὅμοια πάντα. (17) καὶ γὰρ ὅμοιον οὕτω λέγει τὸ πᾶν εἶναι οὐχὶ ὡς ἄλλωι τινί (ὅπερ Ἀναξαγόρας ἐλέγχει ὅτι ὅμοιον [976a. 15 App.] τὸ ἄπειρον˙ τὸ γὰρ ὅμοιον ἑτέρωι ὅμοιον, ὥστε δύο ἢ πλείω ὄντα οὐκ ἂν ἓν οὐδὲ ἄπειρον εἶναι), ἀλλ' ἴσως τὸ ὅμοιον πρὸς αὑτὸ λέγει, καί φησιν αὐτὸ ὅμοιον εἶναι πᾶν, ὅτι ὁμοιομερές, ὕδωρ ὂν ἅπαν ἢ γῆ ἢ εἴ τι τοιοῦτον ἄλλο. (18) δῆλος γὰρ οὕτως ἀξιῶν εἶναι ἕν, τῶν δὲ μερῶν ἕκαστον σῶμα ὂν [976a. 20 App.] οὐκ ἄπειρόν ἐστι˙ τὸ γὰρ ὅλον ἄπειρον. ὥστε ταῦτα περαίνει πρὸς ἄλληλα ἀγένητα ὄντα. (19) ἔτι εἰ ἀίδιόν τε καὶ ἄπειρόν ἐστι, πῶς ἂν εἴη ἓν σῶμα ὄν; εἰ μὲν γὰρ 〈τῶν〉 ἀνομοιομερῶν εἴη, πολλά, καὶ αὐτὸς οὕτω γ' 〈ἂν〉 εἶναι ἀξιοῖ. εἰ δὲ ἅπαν ὕδωρ ἢ ἅπαν γῆ, ἢ ὅτι δὴ τὸ ὂν τοῦτ' ἐστί, πόλλ' [976a. 25 App.] ἂν ἔχοι μέρη (ὡς καὶ Ζήνων ἐπιχειρεῖ ὂν δεικνύναι τὸ οὕτως ὂν ἕν), εἴη οὖν ἂν καὶ πλείον' ἄττα αὐτοῦ μέρη, ἐλάττον' ὄντα καὶ μικρότερ' ἄλλα 〈ἄλλων, ὥσ〉τε πάντη ἂν ταύτη ἀλλοῖον εἴη οὐδενὸς προσγιγνομένου σώματος οὐδ' ἀπογιγνομένου. (20) εἰ δὲ μήτε σῶμα μήτε πλάτος μήτε μῆκος ἔχον μηδέν, πῶς ἂν [976a. 30 App.] ἄπειρον 〈τὸ〉 ἓν εἴη; 〈ἢ〉 τί κωλύει πολλὰ καὶ ἀνάριθμα τοιαῦτα εἶναι; (21) 〈ἔτι〉 τί κωλύει καὶ πλείω ὄντα ἑνὸς μεγέθει ἄπειρα εἶναι; ὡς καὶ ὁ Ξενοφάνης [21 A 47] ἄπειρον τό τε βάθος τῆς γῆς καὶ τοῦ ἀέρος φησὶν εἶναι. δηλοῖ δὲ καὶ ὁ Ἐμπεδοκλῆς˙ ἐπιτιμᾶι γὰρ ὡς λεγόντων τινῶν τοιαῦτα, ἀδύνατον εἶναι οὕτως ἐχόντων [976a. 35 App.] ξυμβαίνειν αὐτά, "εἴπερ ἀπείρονα γῆς τε βάθη καὶ δαψιλὸς αἰθήρ, ὡς διὰ πολλῶν δὴ βροτέων ῥηθέντα ματαίως ἐκκέχυται στομάτων, ὀλίγον τοῦ παντὸς ἰδόντων" [31 B 39]. (22) ἔτι ἓν ὂν οὐδὲν ἄτοπον, εἰ μὴ πάντη ὅμοιόν ἐστιν. εἰ γάρ ἐστιν [976b. 1 App.] ὕδωρ ἅπαν ἢ πῦρ ἢ ὅτι δὴ ἄλλο τοιοῦτον, οὐδὲν κωλύει πλείω εἰπεῖν τοῦ ὄντος ἑνὸς εἴδη, ἰδίαι ἕκαστον ὅμοιον αὐτὸ ἑαυτῶι. (23) καὶ γὰρ μανόν, τὸ δὲ πυκνὸν εἶναι, μὴ ὄντος ἐν τῶι μανῶι κενοῦ, οὐδὲν κωλύει. ἐν γὰρ τῶι μανῶι οὐκ ἔστιν ἔν [976b. 5 App.] τισι μέρεσι χωρὶς ἀποκεκριμένον τὸ κενόν, ὥστε τοῦ ὅλου τὸ μὲν πυκνόν, 〈τὸ δὲ μὴ πυκνὸν〉 εἶναι (καὶ τοῦτ' ἤδη ἐστὶ μανόν, τὸ
πᾶν οὕτως
ἔχον), ἀλλ' ὁμοίως ἅπαν πλῆρες ὂν ὁμοίως ἧττον πλῆρές ἐστι τοῦ πυκνοῦ. (24) εἰ δὲ καὶ ἔστιν 〈καὶ〉 ἀγένητόν ἐστι, κἂν διὰ τοῦτο ἄπειρον δοθείη εἶναι καὶ μηδὲ ἐνδέχεσθαι ἄλλο καὶ
[976b. 10 App.] ἄλλο [ἄπειρον] εἶναι, διὰ τί καὶ ἓν τοῦτο ἤδη προσαγορευτέον καὶ ἀκίνητον; ** (25) πῶς γάρ, εἰ τὸ ἄπειρον ὅλον εἴη, τὸ κενὸν μὴ ὅλον ὂν οἷόν τε εἶναι; ἀκίνητον δ' εἶναί φησιν, εἰ κενὸν μὴ ἔστιν˙ ἅπαντα γὰρ κινεῖσθαι τῶι ἀλλάττειν τόπον. (26) πρῶτον μὲν οὖν τοῦτο πολλοῖς οὐ συνδοκεῖ, ἀλλ' [976b. 15 App.] εἶναί τι κενόν, οὐ μέντοι τοῦτό γέ τι σῶμα εἶναι, ἀλλ' οἷον καὶ ὁ Ἡσίοδος ἐν τῆι γενέσει πρῶτον τὸ χάος φησὶ γενέσθαι, ὡς δέον χώραν πρῶτον ὑπάρχειν τοῖς οὖσι˙ τοιοῦτον δέ τι καὶ τὸ κενὸν οἷον ἀγγεῖόν τι, 〈οὗ τὸ〉 ἀνὰ μέσον εἶναι ζητοῦμεν. (27) ἀλλὰ δὴ καὶ εἰ μὴ ἔστι κενὸν μηδέν, 〈οὐδέν〉 τι ἧσσον ἂν κινοῖτο. [976b. 20 App.] ἐπεὶ καὶ Ἀναξαγόρας τὸ πρὸς αὐτὸ πραγματευθείς, καὶ οὐ μόνον ἀποχρῆσαν αὐτῶι ἀποφήνασθαι ὅτι οὐκ ἔστιν, ὅμως κινεῖσθαί φησι τὰ ὄντα οὐκ ὄντος κενοῦ. (28) ὁμοίως δὲ καὶ ὁ Ἐμπεδοκλῆς κινεῖσθαι μὲν ἀεί φησι συγκρινόμενα τὸν ἅπαντα ἐνδελεχῶς χρόνον, 〈κενὸν〉 δὲ οὐδὲν εἶναι, λέγων ὡς "τοῦ παν-
τὸς δ()
[976b. 25 App.] οὐδὲν κενεόν˙ πόθεν οὖν τί κ' ἐπέλθοι;" [31 B 14] ὅταν δὲ εἰς μίαν μορφὴν συγκριθῆι, ὥσθ' ἓν εἶναι, "οὐδέν, φησί, τό γε κενεὸν πέλει οὐδὲ περισσόν" [31 B 13]. (29) τί γὰρ κωλύει εἰς ἄλληλα φέρεσθαι καὶ περιίστασθαι ἅμα ὁτουοῦν εἰς ἄλλο, καὶ τούτου εἰς ἕτερον, καὶ εἰς τὸ πρῶτον ἄλλου μεταβάλλοντος ἀεί; (30) τί καὶ τὴν ἐν [976b. 30 App.] τῶι αὐτῶι μένοντος τοῦ πράγματος τόπωι τοῦ εἴδους μεταβολήν, ἣν ἀλλοίωσιν οἵ τ' ἄλλοι κἀκεῖνος λέγει, ἐκ τῶν εἰρημένων αὐτῶι κωλύει κινεῖσθαι τὰ πράγματα, ὅταν ἐκ λευκοῦ μέλαν ἢ ἐκ πικροῦ γίγνηται γλυκύ; οὐδὲν γὰρ τὸ μὴ εἶναι κενὸν ἢ μὴ δέχεσθαι τὸ πλῆρες ἀλλοιοῦσθαι κωλύει. [976b. 35 App.] (31) ὥστ' οὔθ' ἅπαν οὔτε ἀίδιον [οὔθ' ἓν] οὔτ' ἄπειρον ἀνάγκη εἶναι (ἀλλ' 〈εἰ ἄρα,〉 ἄπειρα πολλά), οὔτε ἕν, 〈οὔ〉θ' ὅμοιον, οὔτ' ἀκίνητον. οὔτ' εἰ ἓν οὔτ' εἰ πόλλ' ἄττα. τούτων δὲ κειμένων καὶ μετακοσμεῖσθαι καὶ ἑτεροιοῦσθαι τὰ ὄντα οὐδὲν ἂν κωλύοι ἐκ τῶν ὑπ' ἐκείνου εἰρημένων, [977a. 1 App.] καὶ ἑνὸς ὄντος τοῦ παντὸς κινήσεως οὔσης, καὶ πλήθει καὶ ὀλιγότητι διαφέροντος, καὶ ἀλλοιουμένου οὐδενὸς προσγιγνομένου οὐδ' ἀπογιγνομένου σώματος, καὶ εἰ πολλά, συμμισγομένων καὶ διακρινομένων ἀλλήλοις.
(32) τὴν γὰρ μίξιν οὔτ' ἐπιπρόσθησιν
[977a. 5 App.] τοιαύτην εἶναι οὔτε σύνθεσιν εἰκὸς οἵαν λέγει, ὥστε ἢ χωρὶς εὐθὺς εἶναι, ἢ καὶ ἀποτριφθέντων ὅσ' ἐπίπροσθεν ἕτερα ἑτέ ρων φαίνεσθαι χωρὶς ἀλλήλων ταῦτα, ἀλλ' οὕτως συγκεῖσθαι ταχθέντα ὥστε ὁτιοῦν τοῦ μιγνυμένου παρ' ὁτιοῦν ὧι μίγνυ〈ται γίγνε〉-
σθαι μέ-
ρος οὕτως, ὥσ〈τε〉 μὴ ἂν ληφθῆναι συγκείμενα, ἀλλὰ μεμιγμένα.
[977a. 10 App.] μηδ' ὁποσαοῦν αὐτοῦ μέρη. ἐπεὶ γὰρ οὐκ ἔτι σῶμα [τὸ] ἐλάχιστον, ἅπαν ἅπαντι μέρος μέρος μέμικται ὁμοίως καὶ τὸ ὅλον.