Transcription of 80-A,2
80 A 2. PHILOSTR. v. soph. I 10, 1-4. Protagora di Abdera fu sofista e scolaro di Democrito in patria; ma fu in relazione anche coi Magi persiani, al tempo della spedizione di Serse contro la Grecia. Infatti era padre suo Meandrio che superava in ricchezza molti signori della Tracia e che, avendo accolto nella sua casa perfino Serse e offertogli doni, ottenne da lui per il figlio l'insegnamento dei Magi. Poiché i Magi persiani non istruiscono i non persiani senza il permesso del re. (2) E quanto al dubbio che egli esprime se gli dèi esistano o non esistano, pare a me che Protagora derivi tale empietà dalla dottrina persiana; infatti i Magi invocano la divinità nei loro riti segreti, ma poi aboliscono la pubblica credenza nel divino, perché non sembri che da questo derivi la loro autorità. (3) Per questo motivo appunto fu dagli Ateniesi cacciato in bando da tutta la terra, secondo alcuni in seguito a processo, secondo altri con un voto di condanna senza processo. Mentre vagava tra il continente e le isole per sfuggire alle triremi ateniesi disseminate per tutti i mari, affondò col piccolo battello su cui navigava. (4) Fu il primo a farsi pagare le lezioni, e a introdur quest'usanza tra i Greci; cosa del resto non biasimevole, perché noi prendiamo più sul serio gl'insegnamenti che ci costano di quelli gratuiti. Platone, sapendo che Protagora si esprimeva in tono solenne, compiacendosene e talvolta anche dilungandosi oltre misura, ne riprodusse lo stile in un lungo mito [Protag. 320 C sgg. Cfr. C 1]. 80 A 2. PHILOSTR. V. soph. I 10, 1 ff. [vgl. oben II 85, 33] Π. δὲ ὁ Ἀβδηρίτης σοφιστὴς [καὶ] Δημοκρίτου μὲν ἀκροατὴς οἴκοι ἐγένετο, ὡμίλησε δὲ καὶ τοῖς ἐκ Περσῶν μάγοις κατὰ τὴν Ξέρξου ἐπὶ τὴν Ἑλλάδα ἔλασιν. πατὴρ γὰρ ἦν αὐτῶι [II 255. 20] Μαιάνδριος πλούτωι κατεσκευασμένος παρὰ πολλοὺς τῶν ἐν τῆι Θράικηι, δεξάμενος δὲ καὶ τὸν Ξέρξην οἰκίαι τε καὶ δώροις τὴν ξυνουσίαν τῶν μάγων τῶι παιδὶ παρ' αὐτοῦ εὕρετο. οὐ γὰρ παιδεύουσι τοὺς μὴ Πέρσας Πέρσαι μάγοι, ἢν μὴ ὁ βασιλεὺς ἐφῆι. (2) τὸ δὲ ἀπορεῖν φάσκειν, εἴτε εἰσὶ θεοὶ εἴτε οὐκ εἰσί, δοκεῖ μοι Π. ἐκ τῆς Περσικῆς παιδεύσεως παρανομῆσαι˙ μάγοι γὰρ ἐπιθειάζουσι μὲν οἷς [II 255. 25 App.] ἀφανῶς δρῶσι, τὴν δὲ ἐκ φανεροῦ δόξαν τοῦ θείου καταλύουσιν οὐ βουλόμενοι δοκεῖν παρ' αὐτοῦ δύνασθαι. (3) διὰ μὲν δὴ τοῦτο πάσης γῆς ὑπὸ Ἀθηναίων ἠλάθη ὡς μέν τινες, κριθείς, ὡς δὲ ἐνίοις δοκεῖ, ψήφου ἐπενεχθείσης μὴ κριθέντι. νήσους δὲ ἐξ ἠπείρων ἀμείβων καὶ τὰς Ἀθηναίων τριήρεις φυλαττόμενος πάσαις θαλάτταις ἐνεσπαρμένας κατέδυ πλέων ἐν ἀκατίωι μικρῶι. (4) τὸ δὲ μισθοῦ [II 255. 30] διαλέγεσθαι πρῶτος εὗρε, πρῶτος δὲ παρέδωκεν Ἕλλησι, πρᾶγμα οὐ μεμπτόν˙ ἃ γὰρ σὺν δαπάνηι σπουδάζομεν, μᾶλλον ἀσπαζόμεθα τῶν προῖκα. γνοὺς δὲ τὸν Πρωταγόραν ὁ Πλάτων σεμνῶς μὲν ἑρμηνεύοντα, ἐνυπτιάζοντα δὲ τῆι σεμνότητι καί που καὶ μακρολογώτερον τοῦ συμμέτρου, τὴν ἰδέαν αὐτοῦ μύθωι μακρῶι ἐχαρακτήρισεν [C 1].