Transcription of 80-C,1
C. IMITAZIONI

80 C 1. PLAT. Protag. 320 C sgg. [mito di Prometeo]. Ci fu dunque un tempo che esistevan gli dèi, ma non le stirpi mortali. Come giunse anche per queste il momento fatale della nascita, ecco che gli dèi le plasmano nel seno della terra mescolando terra e fuoco e quanti altri elementi sono di fuoco e terra composti. Al momento di trarle alla luce, ordinarono a Prometeo e ad Epimeteo di distribuire le facoltà applicandole convenevolmente a ciascuno; chiede allora Epimeteo a Prometeo d'esser lui a distribuire: "E quando avrò finito, - gli dice, - vieni a osservare". Riesce a persuaderlo, e così si mette a distribuire. Ed ecco che ad alcuni esseri dava forza senza velocità, mentre forniva di velocità i più deboli; alcuni armava, altri faceva inermi, ma escogitando per loro qualche altro mezzo di salvezza. E a quelli che rinchiudeva in piccolo corpo, dava ali a fuggire o sotterraneo rifugio; e a quelli che dilatava in grandezza, con ciò stesso dava un mezzo di difesa. (321) E tutto il resto così distribuiva, secondo una legge d'equilibrio; per evitare che alcuna specie venisse distrutta. Dopo che li ebbe provvisti dei mezzi di difesa contro le distruzioni reciproche, immaginò delle comodità per proteggerli dalle stagioni; così li rivestì di folti peli e di spesse pelli, sufficienti a preservarli dal freddo, e buone anche contro il caldo; e inoltre adatte a servir da coperta propria e connaturata a ciascuno, per quando si mettessero a giacere. E sotto ai piedi, agli uni pose zoccoli, ad altri unghie e pelli dure e senza sangue; e poi, a chi procurava un alimento, a chi un altro; ad alcuni erba, ad altri frutti degli alberi, ad altri ancora radici. E ce n'è cui ha dato per cibo la carne di altri animali; e ad alcuni assegnò scarsa riproduzione, ad altri, divorati da questi, la dette abbondante, per assicurare la conservazione della specie.61*
Ma ecco che Epimeteo, che era un po' sciocco, senza accorgersene spese tutte le facoltà per gli esseri irragionevoli, mentre gli rimaneva ancora da fornire il genere umano; e non aveva che dargli. Mentre è lì nell'impiccio, ecco che viene Prometeo a esaminare la distribuzione; e vede gli altri animali forniti convenientemente di tutto, e l'uomo invece nudo, scalzo, senza giaciglio, senz'armi; e già s'era al giorno fatale, nel quale doveva anche l'uomo uscire dalla terra alla luce. Allora Prometeo, non sapendo più qual mezzo di difesa inventare per l'uomo, ruba la perizia tecnica di Efesto e di Atena insieme col fuoco (ché, separata da questo, era impossibile a chiunque o acquistarla o servisene) e la regala all'uomo. In tal modo l'uomo ebbe sì la sapienza per la vita pratica; ma non possedeva la sapienza politica, ché questa era presso Zeus; né a Prometeo era più lecito entrare nell'acropoli, dimora di Zeus; (per di più, le guardie di Zeus facevan proprio paura). Invece, che fa? entra di nascosto nella casa dove Atena ed Efesto lavoravano insieme, e rubata l'arte ignea di Efesto e l'altra propria di Atena, le dà all'uomo, che in tal modo si procurò gli agi della vita. (322) Però più tardi Prometeo, a quanto si racconta, dovette scontar la pena del furto. Dopo che dunque l'uomo divenne partecipe della condizione divina, anzitutto, unico tra gli animali, credette negli dèi, ed eccolo a erigere altari e immagini sacre.62* Poi con l'arte ben presto articolò63* la voce in parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e scoprì gli alimenti che ci dà la terra. In tali condizioni da principio gli uomini vivevano sparsi, perché non c'eran città; sicché perivano uccisi dalle fiere, perché erano in ogni senso più deboli di quelle; e la perizia pratica, se bastava loro come aiuto alla produzione del cibo, era insufficiente nella lotta contro le fiere; ché non avevano ancora l'arte politica, di cui la bellica è parte. Cercarono allora di radunarsi e salvarsi fondando città; ma quando facevan tanto di raccogliersi, si recavano offesa tra loro, appunto perché non possedevano l'arte politica; sicché di nuovo si disperdevano, e perivano. Allora Zeus, temendo per la nostra specie, che non andasse tutta in rovina, manda Ermes a portare agli uomini Rispetto e Giustizia, perché fossero ordinatori della città e vincoli conciliatori di reciproco affetto. Domanda Ermes a Zeus in qual modo debba distribuire Giustizia e Rispetto agli uomini: «Debbo distribuirli come furon distribuite le arti ? Per queste si fece così: un solo medico basta per molti ignoranti di medicina; e così per le altre professioni. Anche Giustizia e Rispetto debbo assegnarli in questo modo, o debbo darne a tutti?» «A tutti, - rispose Zeus, - e che tutti ne partecipino; ché se solo pochi li avessero, come avviene per le altre arti, le città non potrebbero esistere. E fa' pure una legge a nome mio, che chi non è capace di accogliere in sé Rispetto e Giustizia, sia ucciso come peste della città». ARISTOT. de part. anim. Δ 10. 687 a 23. Quelli che dicono che l'essere umano non è costituito bene, anzi nel modo peggiore tra gli esseri viventi (perché, secondo loro, è scalzo e nudo e senz'arma di difesa), non hanno ragione.64*
[II 269. 1 App.] C. IMITATION

80 C 1. PLAT. Protag. 320 C ff. (Mythos des P.) Ἦν γάρ ποτε χρόνος ὅτε θεοὶ μὲν ἦσαν, θνητὰ δὲ γένη οὐκ ἦν. ἐπειδὴ δὲ καὶ τούτοις χρόνος ἦλθεν εἱμαρμένος γενέσεως, τυποῦσιν αὐτὰ θεοὶ γῆς ἔνδον ἐκ γῆς καὶ πυρὸς μείξαντες καὶ τῶν ὅσα [II 269. 5 App.] πυρὶ καὶ γῇ κεράννυται. ἐπειδὴ δ' ἄγειν αὐτὰ πρὸς φῶς ἔμελλον, προσέταξαν Προμηθεῖ καὶ Ἐπιμηθεῖ κοσμῆσαί τε καὶ νεῖμαι δυνάμεις ἑκάστοις ὡς πρέπει. Προμηθέα δὲ παραιτεῖται Ἐπιμηθεὺς αὐτὸς νεῖμαι, 'Νείμαντος δέ μου,' ἔφη, 'ἐπίσκεψαι˙' καὶ οὕτω πείσας νέμει. νέμων δὲ τοῖς (E) μὲν ἰσχὺν ἄνευ τάχους προσῆπτεν, τοὺς δ' ἀσθενεστέρους τάχει ἐκόσμει˙ τοὺς δὲ ὥπλιζε, τοῖς δ' ἄοπλον διδοὺς φύσιν [II 269. 10] ἄλλην τιν' αὐτοῖς ἐμηχανᾶτο δύναμιν εἰς σωτηρίαν. ἃ μὲν γὰρ αὐτῶν σμικρότητι ἤμπισχεν, πτηνὸν φυγὴν ἢ κατάγειον οἴκησιν ἔνεμεν˙ ἃ δὲ ηὖξε μεγέθει, τῷδε (321) αὐτῷ αὐτὰ ἔσῳζεν˙ καὶ τἆλλα οὕτως ἐπανισῶν ἔνεμεν. ταῦτα δὲ ἐμηχανᾶτο εὐλάβειαν ἔχων μή τι γένος ἀϊστωθείη˙ ἐπειδὴ δὲ αὐτοῖς ἀλληλοφθοριῶν διαφυγὰς ἐπήρκεσε, πρὸς τὰς ἐκ Διὸς ὥρας εὐμάρειαν ἐμηχανᾶτο ἀμφιεννὺς [II 269. 15 App.] αὐτὰ πυκναῖς τε θριξὶν καὶ στερεοῖς δέρμασιν, ἱκανοῖς μὲν ἀμῦναι χειμῶνα, δυνατοῖς δὲ καὶ καύματα, καὶ εἰς εὐνὰς ἰοῦσιν ὅπως ὑπάρχοι τὰ αὐτὰ ταῦτα στρωμνὴ οἰκεία τε και(B) αὐτοφυὴς ἑκάστῳ. καὶ ὑποδῶν τὰ μὲν ὁπλαῖς, τὰ δὲ ὄνυξιν στερεοῖς καὶ ἀναίμοις. τοὐντεῦθεν τροφὰς ἄλλοις ἄλλας ἐξεπόριζεν, τοῖς μὲν ἐκ γῆς βοτάνην, ἄλλοις δὲ δένδρων καρπούς, τοῖς δὲ ῥίζας˙ ἔστι δ' οἷς ἔδωκεν εἶναι [II 269. 20 App.] τροφὴν ζῴων ἄλλων βοράν˙ καὶ τοῖς μὲν ὀλιγογονίαν προσῆψε, τοῖς δ' ἀναλισκομένοις ὑπὸ τούτων πολυγονίαν, σωτηρίαν τῷ γένει πορίζων. ἅτε δὴ οὖν οὐ πάνυ τι σοφὸς ὢν ὁ Ἐπιμηθεὺς ἔλαθεν αὑτὸν (C) καταναλώσας τὰς δυνάμεις εἰς τὰ ἄλογα˙ λοιπὸν δὴ ἀκόσμητον ἔτι αὐτῷ ἦν τὸ ἀνθρώπων γένος, καὶ ἠπόρει ὅτι χρήσαιτο. ἀποροῦντι δὲ αὐτῷ ἔρχεται Προμηθεὺς ἐπισκεψόμενος τὴν νομήν, [II 269. 25 App.] καὶ ὁρᾷ τὰ μὲν ἄλλα ζῷα ἐμμελῶς πάντων ἔχοντα, τὸν δὲ ἄνθρωπον γυμνόν τε καὶ ἀνυπόδητον καὶ ἄστρωτον καὶ ἄοπλον˙ ἤδη δὲ καὶ ἡ εἱμαρμένη ἡμέρα παρῆν, ἐν ᾗ ἔδει καὶ ἄνθρωπον ἐξιέναι ἐκ γῆς εἰς φῶς. ἀπορίᾳ οὖν σχόμενος ὁ Προμηθεὺς ἥντινα σωτηρίαν (D) τῷ ἀνθρώπῳ εὕροι, κλέπτει Ἡφαίστου καὶ Ἀθηνᾶς τὴν ἔντεχνον σοφίαν σὺν πυρί (ἀμήχανον γὰρ ἦν ἄνευ πυρὸς αὐτὴν κτητήν τῳ ἢ [II 269. 30] χρησίμην γενέσθαι) καὶ οὕτω δὴ δωρεῖται ἀνθρώπῳ. τὴν μὲν οὖν περὶ τὸν βίον σοφίαν ἄνθρωπος ταύτῃ ἔσχεν, τὴν δὲ πολιτικὴν οὐκ εἶχεν˙ ἦν γὰρ παρὰ τῷ Διί. τῷ δὲ Προμηθεῖ εἰς μὲν τὴν ἀκρόπολιν τὴν τοῦ Διὸς οἴκησιν οὐκέτι ἐνεχώρει εἰσελθεῖν(πρὸς δὲ καὶ αἱ Διὸς φυλακαὶ φοβεραὶ ἦσαν) εἰς δὲ τὸ τῆς (E) Ἀθηνᾶς καὶ Ἡφαίστου οἴκημα τὸ κοινόν, ἐν ᾧ ἐφιλοτεχνείτην, λαθὼν εἰσέρχεται, καὶ [II 269. 35] κλέψας τήν τε ἔμπυρον τέχνην τὴν τοῦ Ἡφαίστου καὶ τὴν ἄλλην τὴν τῆς Ἀθηνᾶς δίδωσιν ἀνθρώπῳ, καὶ ἐκ τούτου εὐπορία μὲν ἀνθρώπῳ τοῦ βίου γίγνεται, [II 270. 1 App.] Προμηθέα (322) δὲ [δι' Ἐπιμηθέα] ὕστερον, ᾗπερ λέγεται, κλοπῆς δίκη μετῆλθεν. Ἐπειδὴ δὲ ὁ ἄνθρωπος θείας μετέσχε μοίρας, πρῶτον μὲν διὰ τὴν τοῦ θεοῦ συγγένειαν ζῴων μόνον θεοὺς ἐνόμισεν, καὶ ἐπεχείρει βωμούς τε ἱδρύεσθαι καὶ ἀγάλματα θεῶν˙ ἔπειτα φωνὴν καὶ ὀνόματα ταχὺ διηρθρώσατο τῇ τέχνῃ, καὶ [II 270. 5] οἰκήσεις καὶ ἐσθῆτας καὶ ὑποδέσεις καὶ στρωμνὰς καὶ τὰς ἐκ γῆς τροφὰς ηὕρετο. οὕτω δὴ παρεσκευασμένοι κατ' ἀρχὰς ἄνθρωποι ᾤκουν σποράδην, (B) πόλεις δὲ οὐκ ἦσαν˙ ἀπώλλυντο οὖν ὑπὸ τῶν θηρίων διὰ τὸ πανταχῇ αὐτῶν ἀσθενέστεροι εἶναι, καὶ ἡ δημιουργικὴ τέχνη αὐτοῖς πρὸς μὲν τροφὴν ἱκανὴ βοηθὸς ἦν, πρὸς δὲ τὸν τῶν θηρίων πόλεμον ἐνδεής˙πολιτικὴν γὰρ τέχνην οὔπω εἶχον, [II 270. 10] ἧς μέρος πολεμικη. ἐζήτουν δὴ ἁθροίζεσθαι καὶ σῴζεσθαι κτίζοντες πόλεις˙ ὅτ' οὖν ἁθροισθεῖεν, ἠδίκουν ἀλλήλους ἅτε οὐκ ἔχοντες τὴν πολιτικὴν τέχνην, ὥστε πάλιν σκεδαννύμενοι διεφθείροντο. Ζεὺς οὖν (C) δείσας περὶ τῷ γένει ἡμῶν μὴ ἀπόλοιτο πᾶν, Ἑρμῆν πέμπει ἄγοντα εἰς ἀνθρώπους αἰδῶ τε καὶ δίκην, ἵν' εἶεν πόλεων κόσμοι τε καὶ δεσμοὶ φιλίας συναγωγοί. ἐρωτᾷ οὖν Ἑρμῆς Δία τίνα οὖν τρόπον [II 270. 15] δοίη δίκην καὶ αἰδῶ ἀνθρώποις˙ 'Πότερον ὡς αἱ τέχναι νενέμηνται, οὕτω καὶ ταύτας νείμω; νενέμηνται δὲ ὧδε˙ εἷς ἔχων ἰατρικὴν πολλοῖς ἱκανὸς ἰδιώταις, καὶ οἱ ἄλλοι δημιουργοί˙ καὶ δίκην δὴ καὶ αἰδῶ οὕτω θῶ ἐν τοῖς ἀνθρώποις, ἢ ἐπὶ πάντας νείμω;' (E) ' Ἐπὶ πάντας,' ἔφη ὁ Ζεύς, 'καὶ πάντες μετεχόντων˙ οὐ γὰρ ἂν γένοιντο πόλεις, εἰ ὀλίγοι αὐτῶν μετέχοιεν ὥσπερ ἄλλων τεχνῶν˙ καὶ νόμον [II 270. 20] γε θὲς παρ' ἐμοῦ τὸν μὴ δυνάμενον αἰδοῦς καὶ δίκης μετέχειν κτείνειν ὡς νόσον πόλεως.' Vgl. Moschion fr. 6 Frag. Gr. Trag. p. 813 N.2 und ARISTOT. de partt. an. Δ 10. 687 a 23 οἱ λέγοντες ὡς συνέστηκεν οὐ καλῶς ὁ ἄνθρωπος ἀλλὰ χείριστα τῶν ζῴων (ἀνυπόδητόν τε γὰρ αὐτὸν εἶναί φασι καὶ γυμνὸν καὶ οὐκ ἔχοντα ὅπλον πρὸς τὴν ἀλκήν) οὐκ ὀρθῶς λέγουσιν. Vgl. auch 88 B 25.