Transcription of 82-B,3
82 B 3. SEXT. EMP. adv. math. VII 65-87 37.37* Gorgia da Leontini fu anche lui del gruppo di coloro che escludono una norma assoluta di giudizio; non però per le stesse obbiezioni che muoveva Protagora e la sua scuola. Infatti nel suo libro intitolato Del non essere o Della natura egli pone tre capisaldi, l'uno conseguente all'altro: 1) nulla esiste; 2) se anche alcunché esiste, non è comprensibile all'uomo; 3) se pure è comprensibile, è per certo incomunicabile e inspiegabile agli altri. (66) Che nulla esiste, lo argomenta in questo modo: ammesso che qualcosa esista, esiste soltanto o ciò che è o ciò che non è, ovvero esistono insieme e ciò che è e ciò che non è. Ma né esiste ciò che è, come dimostrerà, né ciò che non è, come ci confermerà; né infine, come anche ci spiegherà, l'essere e il non essere insieme. Dunque, nulla esiste. (67) E invero, il non essere non è; perché, supposto che il non essere sia, esso insieme sarà e non sarà; ché in quanto è concepito come non essere, non sarà, ma in quanto esiste come non esistente, a sua volta esisterà; ora, è assolutamente assurdo che una cosa insieme sia e non sia; e dunque, il non essere non è. E del resto, ammesso che il non essere sia, l'essere non esisterà più; perché si tratta di cose contrarie tra loro; sicché se del non essere si predica l'essere, dell'essere si predicherà il non essere. E poiché l'essere in nessuno modo può non essere, così neppure esisterà il non essere. (68) Ma neppure esiste l'essere. Perché se l'essere esiste, è o eterno o generato, oppure è insieme eterno e generato; ma esso non è né eterno, né generato, né l'uno e l'altro insieme come dimostreremo; dunque l'essere non esiste. Perché se l'essere è eterno (cominciamo da questo punto), non ha alcun principio. (69) Poiché ha un principio tutto ciò che nasce; ma l'eterno, essendo per definizione ingenerato, non ha avuto principio. E non avendo principio, è illimitato. E se è illimitato, non è in alcun luogo. Perché se è in qualche luogo, ciò in cui esso è, è cosa distinta da esso; e così l'essere non sarà più illimitato, ove sia contenuto in alcunché; perché il contenente è maggiore del contenuto, mentre nulla può esser maggiore dell'illimitato; dunque l'illimitato non è in alcun luogo. (70) E neppure è contenuto in se stesso. Perché allora sarebbero la stessa cosa il contenente e il contenuto, e l'essere diventerebbe duplice, cioè luogo e corpo; essendo il contenente, luogo, e il contenuto, corpo. Ma questo è assurdo. Dunque l'essere non è neppure in se stesso.Sicché se l'essere è eterno, è illimitato; se è illimitato, non è in alcun luogo; e se non è in alcun luogo, non esiste. Ammessa dunque l'eternità dell'essere, si conclude all'inesistenza assoluta. (71) Ma neppure può esser nato, l'essere. Perché se è nato, o è nato dall'essere, o dal non essere. Ma non può esser nato dall'essere; perché in quanto è essere, non è mai nato, ma di già è; né può esser nato dal non essere, perché ciò che non è, neppure può generare alcunché, per la ragione che il generante deve di necessità partecipare di una qualche esistenza. Sicché l'essere non è neppur generato. (72) Analogamente, neppure può esser l'uno e l'altro, cioè eterno e generato insieme; perché questi termini si escludono a vicenda; e se l'essere è eterno, non è nato; e se è nato, non è eterno. E dunque, se l'essere non è né eterno, né generato, né ambedue insieme, l'essere non può esistere. (73) D'altronde, se è, o è uno, o è molteplice: ma non è né uno né molteplice, come si dimostrerà; dunque l'essere non è. Perché, dato che sia uno, dev'essere comunque o quantità o continuità; o grandezza, o corpo. Ma allora, qualunque esso sia di queste cose, non è più uno: perché se è quantità si dividerà, se è estensione si scinderà. Similmente, concepito come grandezza sarà divisibile; se poi come corpo, sarà triplice: ché avrà lunghezza, larghezza e altezza. D'altra parte è assurdo affermare che l'essere non sia nessuna di queste proprietà; dunque, l'essere non è uno. (74) Ma neppure è molteplice: perché se non è uno, neppure può essere più, dato che la pluralità è somma di singole unità; per cui, escluso l'uno, è escluso anche il molteplice. Resta così dimostrato che né l'essere, né il non essere esistono. (75) Che poi neppure esistano ambedue insieme, è facile a dedursi. Perché ammesso che esista tanto l'essere che il non essere, il non essere s'identificherà con l'essere, per ciò che riguarda l'esistenza; e perciò, nessuno dei due è. Infatti, che il non essere non è, è già convenuto; ora si ammette che l'essere è sostanzialmente lo stesso che il non essere; dunque, anche l'essere non sarà. (76) E per vero, ammesso che l'essere sia lo stesso che il non essere, non è possibile che ambedue esistano; perché se sono due, non sono lo stesso; e se sono lo stesso, non sono due. Donde segue che nulla è. Perché se l'essere non è, né è il non essere, né sono ambedue insieme, né, oltre queste, si può concepire altra possibilità, si deve concludere che nulla è. (77) Passiamo ora a dimostrare che, se anche alcunché sia, esso è, per l'uomo, inconoscibile e inconcepibile. Se infatti, come dice Gorgia, le cose pensate non sono esistenti, ciò che esiste non è pensato. Questo è logico; per esempio, se di cose pensate si può predicar la bianchezza, ne segue che di cose bianche si può predicare la pensabilità; e analogamente, se delle cose pensate si predica l'inesistenza, delle cose esistenti si deve necessariamente predicare l'impensabilità. (78) Per il che, è giusta e conseguente la deduzione, che «se il pensato non esiste, ciò che è non è pensato». E invero, le cose pensate (rifacciamoci di qui) non esistono, come dimostreremo; dunque, l'essere non è pensato. Che le cose pensate non esistano, è evidente: (79) infatti, se il pensato esiste, allora tutte le cose pensate esistono, comunque le si pensino; ciò che è contrario all'esperienza: perché non è vero che, se uno pensa un uomo che voli, o dei carri che corran sul mare, subito un uomo si mette a volare, o dei carri a correr sul mare. Pertanto il pensato non esiste. (80) Inoltre, se si ammette che il pensato esiste, si deve anche ammettere che l'inesistente non può esser pensato; perché i contrari hanno predicati contrari; e il contrario dell'essere è il non essere. E perciò in via assoluta, se dell'esistente si predica l'esser pensato, dell'inesistente si deve predicare il non esser pensato. Il che è assurdo, perché per esempio e Scilla e Chimera e molte altre cose inesistenti sono pensate. E dunque, ciò che esiste non è pensato. (81) E come, ciò che si vede, in tanto si dice visibile, in quanto si vede; e quel che si ode, in tanto si dice udibile, in quanto si ode; né noi respingiamo le cose visibili pel fatto che non si odano, né repudiamo le udibili pel fatto che non si vedano (ché ciascuna dev'esser giudicata dal senso che le corrisponde, non da un altro), così anche le cose pensate, se pur non si vedano con la vista né si odano con l'udito, esisteranno, in quanto sono concepite dall'organo di giudizio che è proprio di esse. (82) Se dunque uno pensa dei carri che corran sul mare, anche se non li vede, deve credere che ci siano carri che corron sul mare. Ma questa è un'assurdità; dunque l'esistente né si pensa, né si comprende. (83) Ma se anche si potesse comprendere, sarebbe incomunicabile agli altri. Posto infatti che le cose esistenti sono visibili e udibili, e, in genere, sensibili, quante almeno sono oggetti esterni a noi; e di esse, le visibili sono percepibili per mezzo della vista, e le udibili per l'udito, e non scambievolmente, come dunque si potranno esprimere ad un altro? (84) Poiché il mezzo con cui ci esprimiamo, è la parola; e la parola non è l'oggetto, ciò che è realmente; non dunque realtà esistente noi esprimiamo al nostro vicino, ma solo parola, che è altro dall'oggetto. Al modo stesso dunque che il visibile non può divenire udibile, e viceversa,38* così l'essere, in quanto è oggetto esterno a noi, non può diventar la nostra parola. (85) E non essendo parola, non potrà esser manifestato ad altri. Perché la parola, dice Gorgia, è l'espressione dell'azione che su noi esercitano i fatti esterni, cioè a dire le cose sensibili; per esempio, dal contatto col sapore, ha origine in noi la parola conforme a questa qualità; e dall'incontro col colore, la parola conforme al colore. Posto questo, ne viene che non già la parola spiega il dato esterno, ma il dato esterno dà significato alla parola.39* (86) E neppure è possibile dire che, a quel modo che esistono oggettivamente le cose visibili e le udibili, così esista anche il linguaggio; sicché, esistendo anch'esso come oggetto, abbia la proprietà di significare la realtà oggettiva. Perché, ammesso pure che la parola sia oggetto, egli dice, tuttavia differisce dagli altri oggetti; e soprattutto differiscono, dalle parole, i corpi visibili; perché altro è l'organo, con cui si percepisce il visibile, ed altro quello, con cui si apprende la parola. Pertanto, la parola non può esprimere la massima parte degli oggetti, così come neppure questi possono rivelare l'uno la natura dell'altro. (87) Di fronte a tali quesiti insolubili, sollevati da Gorgia, sparisce, per quanto li concerne, il criterio della verità; perché dell'inesistente, dell'inconoscibile, dell'inesprimibile non c'è possibilità di giudizio. 82 B 3. SEXT. adv. math. VII 65-87 37 Γ. δὲ ὁ Λεοντῖνος ἐκ τοῦ αὐτοῦ [II 279. 30 App.] μὲν τάγματος ὑπῆρχε τοῖς ἀνηιρηκόσι τὸ κριτήριον, οὐ κατὰ τὴν ὁμοίαν δὲ ἐπιβολὴν τοῖς περὶ τὸν Πρωταγόραν. ἐν γὰρ τῶι ἐπιγραφομένωι Περὶ τοῦ μὴ ὄντος ἢ Περὶ φύσεως τρία κατὰ τὸ ἑξῆς κεφάλαια κατασκευάζει, ἓν μὲν καὶ πρῶτον ὅτι οὐδὲν ἔστιν, δεύτερον ὅτι εἰ καὶ ἔστιν, ἀκατάληπτον ἀνθρώπωι, τρίτον ὅτι εἰ καὶ καταληπτόν, [II 279. 35] ἀλλὰ τοί γε ἀνέξοιστον καὶ ἀνερμήνευτον τῶι πέλας. (66) ὅτι μὲν οὖν [II 280. 1 App.] οὐδὲν ἔστιν, ἐπιλογίζεται τὸν τρόπον τοῦτον˙ εἰ γὰρ ἔστι 〈τι〉, ἤτοι τὸ ὂν ἔστιν ἢ τὸ μὴ ὄν, ἢ καὶ τὸ ὂν ἔστι καὶ τὸ μὴ ὄν. οὔτε δὲ τὸ ὂν ἔστιν, ὡς παραστήσει, οὔτε τὸ μὴ ὄν, ὡς παραμυθήσεται, οὔτε τὸ ὂν καὶ 〈τὸ〉 μὴ ὄν, ὡς καὶ τοῦτο διδάξει˙ οὐκ ἄρα ἔστι τι. (67) καὶ [II 280. 5 App.] δὴ τὸ μὲν μὴ ὂν οὐκ ἔστιν. εἰ γὰρ τὸ μὴ ὂν ἔστιν, ἔσται τε ἅμα καὶ οὐκ ἔσται˙ ἧι μὲν γὰρ οὐκ ὂν νοεῖται, οὐκ ἔσται, ἧι δὲ ἔστι μὴ ὂν, πάλιν ἔσται. παντελῶς δὲ ἄτοπον τὸ εἶναί τι ἅμα καὶ μὴ εἶναι˙ οὐκ ἄρα ἔστι τὸ μὴ ὄν. καὶ ἄλλως, εἰ τὸ μὴ ὂν ἔστι, τὸ ὂν οὐκ ἔσται˙ ἐναντία γάρ ἐστι ταῦτα ἀλλήλοις, καὶ εἰ τῶι μὴ ὄντι συμβέβηκε τὸ εἶναι, τῶι ὄντι συμβήσεται [II 280. 10 App.] τὸ μὴ εἶναι. οὐχὶ δέ γε τὸ ὂν οὐκ ἔστιν˙ 〈τοίνυν〉 οὐδὲ τὸ μὴ ὂν ἔσται. (68) καὶ μὴν οὐδὲ τὸ ὂν ἔστιν. εἰ γὰρ τὸ ὂν ἔστιν, ἤτοι ἀίδιόν ἐστιν ἢ γενητὸν ἢ ἀίδιον ἅμα καὶ γενητόν˙ οὔτε δὲ ἀίδιόν ἐστιν οὔτε γενητὸν οὔτε ἀμφότερα, ὡς δείξομεν˙ οὐκ ἄρα ἔστι τὸ ὄν. εἰ γὰρ ἀίδιόν ἐστι τὸ ὄν (ἀρκτέον [II 280. 15] γὰρ ἐντεῦθεν), οὐκ ἔχει τινὰ ἀρχήν. (69) τὸ γὰρ γινόμενον πᾶν ἔχει τιν' ἀρχήν, τὸ δὲ ἀίδιον ἀγένητον καθεστὼς οὐκ εἶχεν ἀρχήν. μὴ ἔχον δὲ ἀρχὴν ἄπειρόν ἐστιν. εἰ δὲ ἄπειρόν ἐστιν, οὐδαμοῦ ἐστιν. εἰ γάρ πού ἐστιν, ἕτερον αὐτοῦ ἐστιν ἐκεῖνο τὸ ἐν ὧι ἐστιν, καὶ οὕτως οὐκέτ' ἄπειρον ἔσται τὸ ὂν ἐμπεριεχόμενόν τινι˙ μεῖζον γάρ [II 280. 20] ἐστι τοῦ ἐμπεριεχομένου τὸ ἐμπεριέχον, τοῦ δὲ ἀπείρου οὐδέν ἐστι μεῖζον, ὥστε οὐκ ἔστι που τὸ ἄπειρον. (70) καὶ μὴν οὐδ' ἐν αὑτῶι περιέχεται. ταὐτὸν γὰρ ἔσται τὸ ἐν ὧι καὶ τὸ ἐν αὐτῶι, καὶ δύο γενήσεται τὸ ὄν, τόπος τε καὶ σῶμα (τὸ μὲν γὰρ ἐν ὧι τόπος ἐστίν, τὸ δ' ἐν αὐτῶι σῶμα). τοῦτο δέ γε ἄτοπον. τοίνυν οὐδὲ ἐν [II 280. 25] αὑτῶι ἐστι τὸ ὄν. ὥστ' εἰ ἀίδιόν ἐστι τὸ ὄν, ἄπειρόν ἐστιν, εἰ δὲ ἄπειρόν ἐστιν, οὐδαμοῦ ἐστιν, εἰ δὲ μηδαμοῦ ἐστιν, οὐκ ἔστιν. τοίνυν εἰ ἀίδιόν ἐστι τὸ ὄν, οὐδὲ τὴν ἀρχὴν ὄν ἐστιν. (71) καὶ μὴν οὐδὲ γενητὸν εἶναι δύναται τὸ ὄν. εἰ γὰρ γέγονεν, ἤτοι ἐξ ὄντος ἢ ἐκ μὴ ὄντος γέγονεν. ἀλλ' οὔτε ἐκ τοῦ ὄντος γέγονεν˙ εἰ γὰρ ὄν ἐστιν, [II 280. 30 App.] οὐ γέγονεν ἀλλ' ἔστιν ἤδη˙ οὔτε ἐκ τοῦ μὴ ὄντος˙ τὸ γὰρ μὴ ὂν οὐδὲ γεννῆσαί τι δύναται διὰ τὸ ἐξ ἀνάγκης ὀφείλειν ὑπάρξεως μετέχειν τὸ γεννητικόν τινος. οὐκ ἄρα οὐδὲ γενητόν ἐστι τὸ ὄν. (72) κατὰ τὰ αὐτὰ δὲ οὐδὲ τὸ συναμφότερον, ἀίδιον ἅμα καὶ γενητόν˙ ταῦτα γὰρ ἀναιρετικά ἐστιν ἀλλήλων, καὶ εἰ ἀίδιόν ἐστι τὸ ὄν, [II 280. 35] οὐ γέγονεν, καὶ εἰ γέγονεν, οὐκ ἔστιν ἀίδιον. τοίνυν εἰ μήτε ἀίδιόν ἐστι τὸ ὂν μήτε γενητὸν μήτε τὸ συναμφότερον, οὐκ ἂν εἴη τὸ ὄν.[II 281. 1 App.] (73) καὶ ἄλλως, εἰ ἔστιν, ἤτοι ἕν ἐστιν ἢ πολλά˙ οὔτε δὲ ἕν ἐστιν οὔτε πολλά, ὡς παρασταθήσεται˙ οὐκ ἄρα ἔστι τὸ ὄν. εἰ γὰρ ἕν ἐστιν, ἤτοι ποσόν ἐστιν ἢ συνεχές ἐστιν ἢ μέγεθός ἐστιν ἢ σῶμά ἐστιν. ὅ τι δὲ ἂν ἦι τούτων, οὐχ ἕν ἐστιν, ἀλλὰ ποσὸν μὲν καθεστὼς [II 281. 5 App.] διαιρεθήσεται, συνεχὲς δὲ ὂν τμηθήσεται. ὁμοίως δὲ μέγεθος νοούμενον οὐκ ἔσται ἀδιαίρετον. σῶμα δὲ τυγχάνον τριπλοῦν ἔσται˙ καὶ γὰρ μῆκος καὶ πλάτος καὶ βάθος ἕξει. ἄτοπον δέ γε τὸ μηδὲν τούτων εἶναι λέγειν τὸ ὄν˙ οὐκ ἄρα ἐστὶν ἓν τὸ ὄν. (74) καὶ μὴν οὐδὲ πολλά ἐστιν. εἰ [II 281. 10] γὰρ μή ἐστιν ἕν, οὐδὲ πολλά ἐστιν˙ σύνθεσις γὰρ τῶν καθ' ἕν ἐστι τὰ πολλά, διόπερ τοῦ ἑνὸς ἀναιρουμένου συναναιρεῖται καὶ τὰ πολλά. ἀλλὰ γὰρ ὅτι μὲν οὔτε τὸ ὂν ἔστιν οὔτε τὸ μὴ ὂν ἔστιν, ἐκ τούτων συμφανές. (75) ὅτι δὲ οὐδὲ ἀμφότερα ἔστιν, τό τε ὂν καὶ τὸ μὴ ὄν, εὐεπιλόγιστον. εἴπερ γὰρ τὸ μὴ ὂν ἔστι καὶ τὸ ὂν ἔστι, ταὐτὸν ἔσται τῶι ὄντι τὸ μὴ ὂν ὅσον ἐπὶ τῶι [II 281. 15 App.] εἶναι˙ καὶ διὰ τοῦτο οὐδέτερον αὐτῶν ἔστιν. ὅτι γὰρ τὸ μὴ ὂν οὐκ ἔστιν, ὁμόλογον˙ δέδεικται δὲ ταὐτὸ τούτωι καθεστὼς τὸ ὄν˙ καὶ αὐτὸ τοίνυν οὐκ ἔσται. (76) οὐ μὴν ἀλλ' εἴπερ ταὐτόν ἐστι τῶι μὴ ὄντι τὸ ὄν, οὐ δύναται ἀμφότερα εἶναι˙ εἰ γὰρ ἀμφότερα, οὐ ταὐτόν, καὶ εἰ ταὐτόν, οὐκ ἀμφότερα. οἷς ἕπεται τὸ μηδὲν εἶναι. [II 281. 20] εἰ γὰρ μήτε τὸ ὂν ἔστι μήτε τὸ μὴ ὂν μήτε ἀμφότερα, παρὰ δὲ ταῦτα οὐδὲν νοεῖται, οὐδὲν ἔστιν.
(77) ὅτι δὲ κἂν ἦι τι, τοῦτο ἄγνωστόν τε καὶ ἀνεπινόητόν ἐστιν ἀνθρώπωι, παρακειμένως ὑποδεικτέον. εἰ γὰρ τὰ φρονούμενα, φησὶν ὁ Γοργίας, οὐκ ἔστιν ὄντα, τὸ ὂν οὐ φρονεῖται. καὶ κατὰ λόγον˙
[II 281. 25 App.] ὥσπερ γὰρ εἰ τοῖς φρονουμένοις συμβέβηκεν εἶναι λευκοῖς, κἂν συμβεβήκει τοῖς λευκοῖς φρονεῖσθαι, οὕτως εἰ τοῖς φρονουμένοις συμβέβηκεν μὴ εἶναι οὖσι, κατ' ἀνάγκην συμβήσεται τοῖς οὖσι μὴ φρονεῖσθαι. (78) διόπερ ὑγιὲς καὶ σῶιζον ἀκολουθίαν ἐστὶ τὸ 'εἰ τὰ φρονούμενα οὐκ ἔστιν ὄντα, τὸ ὂν οὐ φρονεῖται'. τὰ δέ γε [II 281. 30 App.] φρονούμενα (προληπτέον γάρ) οὐκ ἔστιν ὄντα, ὡς παραστήσομεν˙ οὐκ ἄρα τὸ ὂν φρονεῖται. καὶ 〈μὴν〉 ὅτι τὰ φρονούμενα οὐκ ἔστιν ὄντα, συμφανές˙ (79) εἰ γὰρ τὰ φρονούμενά ἐστιν ὄντα, πάντα τὰ φρονούμενα ἔστιν, καὶ ὅπη ἄν τις αὐτὰ φρονήσηι. ὅπερ ἐστὶν ἀπεμφαῖνον˙ [εἰ δέ ἐστι, φαῦλον.] οὐδὲ γὰρ ἂν φρονῆι τις ἄνθρωπον [II 281. 35] ἱπτάμενον ἢ ἅρματα ἐν πελάγει τρέχοντα, εὐθέως ἄνθρωπος ἵπταται ἢ ἅρματα ἐν πελάγει τρέχει. ὥστε οὐ τὰ φρονούμενά ἐστιν [II 282. 1] ὄντα. (80) πρὸς τούτοις εἰ τὰ φρονούμενά ἐστιν ὄντα, τὰ μὴ ὄντα οὐ φρονηθήσεται. τοῖς γὰρ ἐναντίοις τὰ ἐναντία συμβέβηκεν, ἐναντίον δέ ἐστι τῶι ὄντι τὸ μὴ ὄν. καὶ διὰ τοῦτο πάντως, εἰ τῶι ὄντι συμβέβηκε τὸ φρονεῖσθαι, τῶι μὴ ὄντι συμβήσεται τὸ μὴ φρονεῖσθαι. [II 282. 5] ἄτοπον δ' ἐστὶ τοῦτο˙ καὶ γὰρ Σκύλλα καὶ Χίμαιρα καὶ πολλὰ τῶν μὴ ὄντων φρονεῖται. οὐκ ἄρα τὸ ὂν φρονεῖται. (81) ὥσπερ τε τὰ ὁρώμενα διὰ τοῦτο ὁρατὰ λέγεται ὅτι ὁρᾶται, καὶ τὰ ἀκουστὰ διὰ τοῦτο ἀκουστὰ ὅτι ἀκούεται, καὶ οὐ τὰ μὲν ὁρατὰ ἐκβάλλομεν ὅτι οὐκ ἀκούεται, τὰ δὲ ἀκουστὰ παραπέμπομεν ὅτι οὐχ ὁρᾶται (ἕκαστον [II 282. 10 App.] γὰρ ὑπὸ τῆς ἰδίας αἰσθήσεως ἀλλ' οὐχ ὑπ' ἄλλης ὀφείλει κρίνεσθαι), οὕτω καὶ τὰ φρονούμενα καὶ εἰ μὴ βλέποιτο τῆι ὄψει μηδὲ ἀκούοιτο τῆι ἀκοῆι ἔσται, ὅτι πρὸς τοῦ οἰκείου λαμβάνεται κριτηρίου. (82) εἰ οὖν φρονεῖ τις ἐν πελάγει ἅρματα τρέχειν, καὶ εἰ μὴ βλέπει ταῦτα, ὀφείλει πιστεύειν ὅτι ἅρματα ἔστιν ἐν πελάγει τρέχοντα. ἄτοπον [II 282. 15 App.] δὲ τοῦτο˙ οὐκ ἄρα τὸ ὂν φρονεῖται καὶ καταλαμβάνεται.
(83) καὶ εἰ καταλαμβάνοιτο δέ, ἀνέξοιστον ἑτέρωι. εἰ γὰρ τὰ ὄντα ὁρατά ἐστι καὶ ἀκουστὰ καὶ κοινῶς αἰσθητά, ἅπερ ἐκτὸς ὑπόκειται, τούτων τε τὰ μὲν ὁρατὰ ὁράσει καταληπτά ἐστι τὰ δὲ ἀκουστὰ ἀκοῆι καὶ οὐκ ἐναλλάξ, πῶς οὖν δύναται ταῦτα ἑτέρωι μηνύεσθαι;
[II 282. 20 App.] (84) ὧι γὰρ μηνύομεν, ἔστι λόγος, λόγος δὲ οὐκ ἔστι τὰ ὑποκείμενα καὶ ὄντα˙ οὐκ ἄρα τὰ ὄντα μηνύομεν τοῖς πέλας ἀλλὰ λόγον, ὃς ἕτερός ἐστι τῶν ὑποκειμένων. καθάπερ οὖν τὸ ὁρατὸν οὐκ ἂν γένοιτο ἀκουστὸν καὶ ἀνάπαλιν, οὕτως ἐπεὶ ὑπόκειται τὸ ὂν ἐκτός, οὐκ ἂν γένοιτο λόγος ὁ ἡμέτερος˙ (85) μὴ ὢν δὲ λόγος οὐκ ἂν [II 282. 25 App.] δηλωθείη ἑτέρωι. ὅ γε μὴν λόγος, φησίν, ἀπὸ τῶν ἔξωθεν προσπιπτόντων ἡμῖν πραγμάτων συνίσταται, τουτέστι τῶν αἰσθητῶν˙ ἐκ γὰρ τῆς τοῦ χυλοῦ ἐγκυρήσεως ἐγγίνεται ἡμῖν ὁ κατὰ ταύτης τῆς ποιότητος ἐκφερόμενος λόγος, καὶ ἐκ τῆς τοῦ χρώματος ὑποπτώσεως ὁ κατὰ τοῦ χρώματος. εἰ δὲ τοῦτο, οὐχ ὁ λόγος τοῦ ἐκτὸς παραστατικός [II 282. 30 App.] ἐστιν, ἀλλὰ τὸ ἐκτὸς τοῦ λόγου μηνυτικὸν γίνεται. (86) καὶ μὴν οὐδὲ ἔνεστι λέγειν ὅτι ὃν τρόπον τὰ ὁρατὰ καὶ ἀκουστὰ ὑπόκειται, οὕτως καὶ ὁ λόγος, ὥστε δύνασθαι ἐξ ὑποκειμένου αὐτοῦ καὶ ὄντος τὰ ὑποκείμενα καὶ ὄντα μηνύεσθαι. εἰ γὰρ καὶ ὑπόκειται, φησίν, ὁ λόγος, ἀλλὰ διαφέρει τῶν λοιπῶν ὑποκειμένων, καὶ πλείστωι διενήνοχε [II 282. 35] τὰ ὁρατὰ σώματα τῶν λόγων˙ δι' ἑτέρου γὰρ ὀργάνου ληπτόν ἐστι τὸ ὁρατὸν καὶ δι' ἄλλου ὁ λόγος. οὐκ ἄρα ἐνδείκνυται τὰ [II 283. 1] πολλὰ τῶν ὑποκειμένων ὁ λόγος, ὥσπερ οὐδὲ ἐκεῖνα τὴν ἀλλήλων διαδηλοῖ φύσιν. (87) τοιούτων οὖν παρὰ τῶι Γοργίαι ἠπορημένων οἴχεται ὅσον ἐπ' αὐτοῖς τὸ τῆς ἀληθείας κριτήριον˙ τοῦ γὰρ μήτε ὄντος μήτε γνωρίζεσθαι δυναμένου μήτε ἄλλωι παρασταθῆναι [II 283. 5] πεφυκότος οὐδὲν ἂν εἴη κριτήριον.
Ähnlicher Auszug in [ARISTOT.] d. MXG. 5. 6. 979a 11 - 980b 21. Aristoteles selbst hatte eine Monographie Πρὸς τὰ Γοργίου α̅ geschrieben (Diog. V 25).