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professiamo ora di avere in altra nostra opera errato. Imper‐
ciocché nella latina lingua si ritruovano tutte monosillabe e
di aspra pronunzia e tutte natie del Lazio, che non devono
della loro origine nulla affatto alle lingue straniere.       [369] Poiché nel numero delle cose che furono prima da avver‐
tirsi in natura innanzi di tutte, fu il cielo che fulminò, il quale,
innanzi di convenirvi ad appellarlo con voce propia, si disse
«hoc»:
Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem;

e restò in volgar lingua antica, come si ha dalle comedie:
Luciscit hoc iam

in significazione del «cielo»: poi vi si cominciò a convenire
nel di lui propio nome con la voce monosillaba «cael», ap‐
punto come dalla barbarie d’Italia restò «ciel» agl’italiani
poeti. Il padre e re degli dèi e degli uomini, per onomatopea
dal fragore del tuono, a’ latini detto «Ious», come Ζεύς a’
greci dal fischio del fulmine. Il piú cospicuo delle create cose
«sol», e la piú gioconda e risvegliante «lux» — che di genere
maschile significò da prima il «giorno», come «hoc luci»
per «hoc die»; — e ’l di lui opposto «nox». Le parti piú
risentite nell’uomo: «os oris» (per la faccia e la bocca), «os
ossis», «dens», «frons», «cor», «splen», «crus», «pes»,
«calx», «cus»; ed è necessario essersi da principio detto «pen
penis», come restò «ren renis»; la mano, per ciò che or ora
si dirá, dovette cominciare «man». Le cose dell’uomo piú
propie: «vox», «mens», «spons spontis», ond’è «mea», «tua
sponte» la «volontá». Le cose piú necessarie: «fons» l’acqua
perenne, «frux» per gli pomi (che poi fu preso per le biade),
«glans», «nux»; il fuoco si disse «fax» o pure «lux», come
si appella ancor oggi dalle donnicciuole di Napoli, superstiziose
di dire «fuoco». Il pane si dovette dire da prima «pan» per
ciò che or ora si dirá; il piú semplice e grossolano de’ cibi
Vico SN25Nic 205