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gl’italiani chiamano «potenze dell’anima» che usano le scuole),
molto meglio, diciamo, i latini avevano per significarlo una sola
voce natia, «facultas», dagli antichi detta «faculitas», e poi ingen‐
tilita e chiamata «facilitas», senza la quale facilitá di fare non si
dice esser acquistata una facultá. Che doveva esser il principio
della sua Logica ovvero Metafisica dell’inghilese barone Erberto,
con la quale vuol provare che ad ogni nuova sensazione si desti
nell’anima una nuova facultá; ch’è appunto quello che ne sem‐
brava esser una goffa semplicitá de’ primi uomini, ch’ad ogni
nuova aria di volto credevano vedere una nuova faccia, ad ogni
nuova passione o pensiero credevano aver altro cuore (che truo‐
vammo esser il vero della favola di Proteo): e ’n conseguenza il
parlar vero di quelle frasi poetiche «ora», «animi», «pectora»,
«vultus», usati per lo numero del meno da essi poeti, che oggi
sembrerebbono fatte per ispiegare nell’accademie quella gran fisica
veritá, che s’intese poi dagli piú avveduti filosofi: ch’in ogni mo‐
mento appresso, tutte le cose in natura sono altre da quelle che
sono state nel momento innanzi.
      [1304] [707] [CMA3] E deve essere stato cosí dalla divina provve‐
denza ordinato ch’avendo ella dato agli animali i sensi per la cu‐
stodia de’ lor individui, in tempo ch’erano gli uomini caduti in
uno stato bestiale, da essa stessa bestialitá avessero sensi scor‐
tissimi e, come gli animali bruti, sentissero anco le virtú dell’erbe
che sanassero i loro malori. Siccome viaggiatori raccontano d’una
generazion d’uomini in sommo grado selvaggi dell’Affrica, che
sanno a maraviglia le virtú dell’erbe. I quali sensi scortissimi,
venendo l’etá del senno con cui gli uomini potessero consigliarsi,
si disperderono. Che tutto è pruova di ciò che ne’ Princípi di‐
cemmo: che ora appena intender si può, affatto immaginar non
si può, come pensassero i primi autori del gener umano gentilesco.
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